L’ultimo dei Nobraino. Speriamo.

L'ultimo dei Nobraino - copertinaA.D. 2015, Gennaio, giorno sedici, venerdì. Su istigazione a delinquere di ignoti mi reco al Planet, che ospita il concerto di quasichiusura del tour dei Nobraino. Sculo un accredito, arrivo con un po’ di anticipo e temporeggio tra sigarette, 0,3 di Peroni a 5 euro e temperature tropicali che assistono alla band di apertura. Cambio palco. Trovo alloggio sotto ad un bocchettone dell’aria condizionata ed attendo, tutto sommato neanche troppo, l’arrivo della band. Sono qui perché ascoltati da studio non mi dispiacciono, perché trovo che scrivano bei testi, perché da più parti ho sentito dire che il loro vero mestiere è il live, lo spettacolo, quindi sono qui armato delle migliori intenzioni. Salgono sul palco e la prima cosa che si nota palesemente è il batterista con casco da vichingo che si accende una sigaretta, deve essere un duro! In barba alle leggi, con sfacciataggine prima di sedersi allo sgabello tira due belle boccate. Ma forse non è un duro, deve essere un coatto e basta, perché la cosa autorizza implicitamente mezza sala a fumare rendendo dopo la temperatura anche l’aria ancor meno sopportabile. Iniziano sottotono con un riarrangiamento che peggiora l’estetica dei brani proposti, cantati da un Kruger acconciato da Indiana Jones a lutto che al terzo brano si sente di ringraziare Roma per una serata finalmente all’altezza della situazione, con circa 800/900 presenze (pare la loro ultima passeggiata nella capitale non sia andata poi così bene). Inizialmente non capisco il senso autocelebrativo del concetto, mi arriva poco dopo, a poche altre chiacchiere di presentazione di distanza. Un inizio di Caposseliana ispirazione nel quale senza dubbio mi colpisce in positivo il bel suono di Nestor Fabbri alla chitarra, caldo, corposo e nitido. Al di là di questa parentesi felice la band è scollata, probabilmente stanca e svogliata. Il trombettista chitarrato si sente in dovere spesso di andare a chiamare i crash al vichingo fumatore, dimostrando dal mio punto di vista poca amalgama (al quarto disco?), il tutto condendo il palco ed il mondo della saliva della sua tromba coatta non meno della sigaretta del batterista. Il live si sviluppa in un crescendo che è pure un peggiorando, con Kruger che scorda svariate volte i testi delle canzoni, che si appiccica col pubblico in deliri di onnipotenza, che prende la piega del moralizzatore e poi ci ripensa perché noi non eravamo all’altezza della sua morale. A un certo punto cede la parola mentre parlava di niente al più ubriaco della platea solo per incriminarlo poi ed additarci tutti di non essere all’altezza del messaggio (quale?). Poco prima era appeso ad una corda a fare Tarzan, poco dopo faceva il barbiere selettivo, alla ricerca di un cliente che non fosse preso da manie di protagonismo, in tutta evidenza aveva deciso che erano più che sufficienti le sue. A un certo punto, dopo la terza volta che minacciava di chiudere lì il concerto perché s’era stufato m’ero talmente stufato io che mi sono fatto largo tra qualche centinaio di canne d’erba (perché si drogan tutti, si sa) e me ne sono andato, sicuro che “L’ultimo dei Nobraino” per me lo è stato.

P.S. Non vi ho raccontato la scena del telo circense e del lancio di giacchetti, né lo strumentale da “sponsalizio” (Caposseliano anche lui) improvvisato per dar tempo al Kruger di bersi una birra in tranquillità, non vi ho parlato neanche dei discorsi sulla guerra, il complottismo, ma soprattutto non vi ho parlato dell’improvvisazione drammatica di “Romagna mia” dove è sembrato di vedere cinque musicisti al primo appuntamento in sala prove. Se pensate ce ne sia bisogno posso approfondire a richiesta. Mi tengo a disposizione.

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