* PRENESTINITY * – Libro (versione integrale)

Prenestinity - copertina

Prenestinity – copertina

PRENESTINITY

INTRO (Marco e Teresa)

Per quanto riguardava noi ora eravamo tranquilli, avevamo superato indenni e di sicuro, ormai, il periodo della “sistemazione”. Avevamo avuto la forza, la fortuna ed il coraggio di rimanere soli, esenti da fittizi rapporti sentimentali. C’avevano provato, sì, ad incastrarci, a soggiogarci, i parenti, qualche amico, le donne stesse pretendenti alla nostra libertà, a farci notare che da soli non si può stare, e infatti noi non ci stavamo mai. Senza legami, certo, ma soli no.

All’incontro fatidico riuscivamo sempre a rinunciare con la scusa di qualcos’altro da fare di improrogabile, e da lì a sparire il passo era molto breve, al minimo accenno del credo di o del credo che la nostra fuga era così veloce e decisa da non lasciare tempo né speranza a repliche. Del resto non era ingiustificata la nostra riluttanza a rapporti stabili, visto che c’avevamo provato, sperato e pure creduto in momenti rivelatisi poi non eccessivamente lucidi della nostra vita passata. Così mentre una buona metà della nostra generazione se ne stava accucciata in letti di proprietà, mutuati eccetera, con l’anima gemella al fianco, ed in alcuni casi un bambino in fondo alla camera a frignare ogni due ore per la pappa, noi vagavamo allegri e felici per tutti i locali della zona e non, fino a mattine inoltrate che potevano addirittura trovarci in case ignote, in palazzi sconosciuti, con donne mai viste prima, o viste male, a dilettarci e dilettare fin quando un timido intervento sentimentale, mai da parte nostra, ci avrebbe riabbottonato i pantaloni e buttato per le scale.

Questi eravamo. Lo scarto, il marcio di questa società ipocrita, fatta di bisogni da soddisfare e beni per soddisfarli, dove tutti cercano in un qualche modo di poter diventare proprio quel bene indispensabile. Avremmo dovuto riconoscere prima o poi di essere noi lo sbaglio, l’errata interpretazione, i predestinati a brutti momenti di solitudine, ma finché non arrivavano non ci saremmo sognati di scendere in trattativa con la società. E così fu anche per quel periodo vissuto al prenestino.

Questo era quanto giuravamo di non fare mai…

 

MARCO E TERESA

Era da parecchio ormai che non si dicevano più ti amo, forse dai tempi del liceo, e già erano passati sei o sette anni, anzi no, forse uno a mezza bocca a tutti e due gli era scappato il giorno della serenata, perché sì, mo’ erano sposati da due anni, c’avevano un pargoletto, un erede insomma, tale Luca, sette mesi e già spiccicato al padre, e nemmeno era sicuro che era il suo, bah, i casi della vita. A conti fatti nemmeno s’erano sposati per sistemare la questione, visto che sette più nove fa sedici, e mica ventitré, che erano i mesi effettivi di matrimonio.

Fatto sta che s’erano conosciuti a quindici anni cadauno sull’autobus e tolto due o tre parentesi di breve durata non s’erano più lasciati. Adesso, a ventisette anni incartati per lui e da incartare tra poco per lei, si ritrovavano insieme per convenzione con una famiglia ed un lavoro e tutta una vita per convenzione, manco per convenienza che a fare un esame approfondito non c’avevano una lira per cecarsi un occhio nessuno in quella famiglia, suoceri di tutt’e due compresi.

Quest’ultimi infatti stavano ancora pagando le rate del prestito preso per pranzo mobili vestiti eccetera, e non se ne sarebbe parlato d’estinguere prima di tre anni. La magia delle finanziarie che ti permettono tutto.

Non s’erano più lasciati perché, dopo un primo periodo di enfasi vera, poi uno di passione, s’erano talmente abituati al fastidio che si davano che non riuscivano a far a meno di guardarsi brutto, e sulla sensazione di vuoto che provavano trovandosi senza nessuno di fianco da incolpare, insultare o altro avevano poggiato le solide basi della loro unione. Si servivano, un po’ perché sapevano che un’altra persona disposta a quel tipo di sopportazione non l’avrebbero mai trovata ed un po’ perché al paese se non volevi sembrare drogato, omosessuale, malato di mente o altro, ti conveniva di certo sposarti, magari con una persona a caso.

Eppoi mo’ c’era Luca, il piccolo grande Luca che dava tante di quelle soddisfazioni, già stava seduto, diceva mamma quando gli girava, nonostante Marco stava almeno tre ore al giorno a sussurrargli papà nelle orecchie che se lo vedeva Teresa se lo beveva, e aveva già sfoderato due dentini che la povera mammina doveva tribolare ogni volta che se lo attaccava per fare la mezza poppata da alternare a minestrine ed omogeneizzati o per fargli fare la ninna. Luca che i nonni se lo litigavano per le domeniche e ogni volta a Marco, che invece avrebbe voluto dormire come è toccato pure a Cristo il settimo giorno, gli toccava di caricarsi la macchina con seggiolone passeggino e cambi in quantità e farsi il pranzo dalla madre e la cena dalla suocera e viceversa tutte le sante feste del calendario. Avrebbe voluto mandarci Teresa da sola certe volte, ma del resto era pure colpa sua se la patente non l’aveva mai presa perché da quando aveva compiuto diciotto anni c’aveva sempre e comunque avuto l’autista.

Un po’ di bene se lo volevano, ma del resto è normale volerne pure ai pesci rossi nella vaschetta in cucina. La cosa brutta è che loro mica lo sapevano più che esisteva l’amore, che insieme ci si voleva in primis stare e poi si doveva, avevano perso la cognizione della realtà ed erano convinti che quello era amore, che la sveglia la mattina era amore, che lo era l’immondizia da buttare, il caffè dopo i pasti, la sigaretta dopo le scopate e pure dopo il caffè, gli sguardi di Marco quando Teresa sbattevo troppo forte lo sportello della macchina che già si reggeva in piedi per miracolo e quelli di Teresa quando Marco sbatteva le ante dei pensili della cucina che l’avrebbero sicuramente rotta prima di finirla di pagare, tutto era amore. Ora pensavano di essersi sempre sbagliati, di aver sempre frainteso, di aver provato illusioni così grandi fino ai vent’anni (scarsi) che adesso poteva sembrar strano dover tornare alla norma ma era così. Ed in questi pensieri arrivavano le bollette e servivano i pannolini e lo sportello anteriore destro della macchina si rompeva e dovevano cambiare tutte le cerniere delle ante dei pensili della cucina. C’era poco da pensare se era amore o meno.

Teresa aveva lavorato cumulativamente una settimana in tutta la sua vita tra venerdì e sabati in un pub, all’età di vent’anni quando infuriava il gioco del postino, e fu proprio quello stupido gioco a troncare le sue ambizioni professionali, per colpa di quel bigliettino ricevuto da un cliente e mostrato con fare malizioso a Marco quando era andato a prenderla quella sera. Lei aveva voluto ingelosire quel poveraccio che dopo otto ore di officina (riparatore moto al prenestino) e sessanta chilometri tra andate e ritorni dal lavoro, aveva aspettato le due di notte per accompagnarla a casa senza neanche fare l’amore, inevitabile che sancisse la loro prima separazione. Dal rappacificamento Marco stanziò un terzo della sua paga giornaliera per Terry, il resto da dividere tra lui, la macchina e la moto (quella che Teresa aveva sempre odiato e che Marco sentì il bisogno di vendere per un decoroso viaggio di nozze a Sharm con bracciale All Inclusive, ottimo argomento da sventagliare nell’attesa dal parrucchiere). Se non fossero bastati avrebbe lavorato un giorno in più, se non fossero bastati i giorni della settimana si sarebbe trovato un lavoretto per la notte, l’unica cosa certa era che Teresa non avrebbe più alzato un dito, e nell’egoismo tutt’e due si scambiarono la più grande dimostrazione d’amore. Così fu ed è tutt’ora, che un bigliettino magari avrebbe salvato la vita ad entrambi, Teresa ancora non muoveva una paglia fuori dalle mura domestiche, non omettendo di lamentarsi per la scarsa valutazione del concetto professionale di mamma e casalinga, una sorta di lavoro 24h, tolto le pause per Incantesimo, Beautiful, Sentieri, Streghe, La clinica, La squadra, Padre Pio, Madre Teresa, Tom e Jerry e poco altro, comunque sufficiente a far sì che la cena di Marco consistesse spesso in pizza a domicilio o quattro salti in padella.

Gli occhioni grandi di Luca portavano oltre ogni problema.

Pure Marco non era proprio un fiore di marito, tra calcetto e cene con gli amici usciva dalle due alle tre volte la settimana, tornava che puzzava come un macchinista di treni a vapore ubriaco, ed un paio di volte aveva costretto nei suoi rientri Teresa ad alzarsi perché la toppa della serratura non l’avrebbe mai presa, almeno con la chiave giusta.

Gli occhioni grandi di Luca portavano oltre ogni problema.

Delle sere restanti per la famiglia una di certo era dedicata ad un litigio acceso, a tema libero, a scelta degli esecutori, i soldi che a turno li facevano sparire, le solite cose da mangiare sotto coperchi incrostati, le mutande sopra la lavatrice anziché dentro, il rotolo di carta igienica che lo cambiava sempre lei, la gara a chi spremeva di più il tubetto di dentifricio, ma cosa quantomai incredibile l’argomento più frequente era la gelosia, di salumieri per lui, di cameriere per lei, di passanti, vicini, di padrone di casa, sgallettate bimbe-bene in scarabeo sempre guasto, come se veramente avessero paura di perdersi, come se pensassero che qualcun altro avrebbe lottato per trovarsi un posto in una vita di quel tipo, o meglio che uno dei due avesse trovato per primo l’ancora di salvezza da quella situazione.

Non dovevano aver paura, non sarebbe intervenuto nessuno, niente principi azzurri o donne fatali, nessun Brad o George, nessuna Brigitte o Angelina a rompere l’incanto dell’abitudine, nessuno fuori da sogni televisivi a puntate, e tutto sarebbe rimasto uguale, anzi sarebbe andata ogni giorno meglio, piano piano col loro lentissimo invecchiamento e in tutta probabilità si sarebbero amati ancora, cinquant’anni dopo, meglio ancora se quarantotto, davanti a confetti dorati e vagonate di parenti, incorniciati chissà da quale prodigio della tecnica e sistemati su un settimino in un ingresso, con le loro faccie grinzose e sorridenti, coi denti in ceramica e i capelli celesti lei e neri lui, con tutto pagato e la pensione come mancia per una vita di sacrifici. Con un nipote assunto in fabbrica che stava vendendo la moto fuori da un agenzia di viaggi, perché questa è la vita, ed è così che va la gran parte delle volte.

Noi no.

Noi coltivavamo una grossa passione per l’eccezione, ci veniva ormai naturale, dopo qualche annetto passato inutilmente a tifare per la regola.

 

 

DOVE SIAMO

A guardarlo da lontano poteva essere uno di quei paesaggi dove c’eri cascato dentro dall’inizio di un film. Mi spiego meglio, fai conto l’universo, ed una telecamera che cade a velocità vertiginosa lasciandosi sfrecciare milioni di stelle al fianco, smarcando pianeti per arrivare a puntarne uno, una volta tenuto sotto tiro continuare a cadere, all’avvicinarsi ti rendi conto che è proprio la terra, e di tutta la terra è l’Europa che sta puntando, e di tutta l’Europa è l’Italia che… Ma va troppo veloce ora, e fai appena in tempo ad accorgerti che hai visto passare in alto a sinistra dello schermo il colosseo che ti ritrovi sopra alla madonnella delle grazie all’inizio di via di Portonaccio, affacciato su largo Preneste, dove magari una vecchina ma neanche tanto, vestita di nero ma con moderazione sta deponendo un fiore per grazia ricevuta. Ecco, questo è dove sei cascato, e ti conviene farti un giro e cominciare a capirci qualche cosa di come si campa qui, prima che faccia buio.

Scusi, per largo Preneste? / La metro A fino all’Arco di travertino, poi il 409.

Grazie, un biglietto metro ed uno per l’autobus allora. / E’ a tempo.

Che? / Il biglietto, è a tempo.

E che significa? / Significa che è un bel po’ che non vieni a Roma.

Io non c’ero cascato dallo spazio, in effetti, e non c’ero andato con la macchina perché sapevo che al ritorno un passaggio l’avrei rimediato, c’ero semplicemente saltato giù dal 409 che parte da via dell’arco di travertino, taglia la tuscolana e si butta per via di tor pignattara, si sbarazza della casilina dopo un’attesa entusiasmante al semaforo più rosso d’Italia e irrompe su via dell’acqua bulicante che pare non volerlo accogliere quant’è stretta, ma piano piano si fa domare e gli lascia sempre più posto, fino a diventare largo Preneste.

Avrete capito che all’epoca non è che fossi troppo esperto di mezzi pubblici romani, non ero abituato alle fermate ogni cinquanta metri. Dalle mie parti cinque fermate erano (e ancora sono) l’attraversamento di almeno due paesi. Fatto sta che scesi svariati stop dopo, su via di portonaccio.

Utile a rendermi conto che pure qua del resto cinque fermate corrispondono circa all’attraversamento di due paesi. Eccomi qua, sudato, assetato, sporco di macchina poi metro poi autobus, unto di smog e cattivi odori (sotto)metropolitani, ma qua, pronto, davanti a questa santa madonna delle grazie che a me la prima l’ha risparmiata. Allora, destra, dopo il largo la seconda a sinistra, poi cento metri e il bar sta sulla destra. Ha detto così.

Mi abituai. Alla strada, ai mezzi pubblici, all’81 che passa proprio davanti al bar, altro che il 409, all’odore unico della metropolitana, alla macchina del primo incontrato, a ritrovare una casa dove eri stato mezza volta o che forse t’avevano solo spiegato dove stava. Mi abituai all’assenza. Di lei che se n’era andata per una strada meno malconcia, di me che scappavo dalle paure e anestetizzavo con l’alcool tutti i dolori del mondo. All’assenza di sonno mi abituai. Mi abituai a mangiare le sensazioni, a somatizzarle. A crescere m’abituai, ed a salvarmi la pelle.

Insomma, in questo bar ci lavorava un certo Sandrino, vecchio amico, che aveva gettato la spugna alla vita da zingaro per darsi una ripulita e far finta d’esser cresciuto al fine di potersi accaparrare tutti quei vantaggi che quel tipo di bugia comporta, primo e indispensabile il rispetto della famiglia, per capirci, che se torni alle quattro di mattina e non lavori sei un immaturo cretino che vive in un albergo, ma se invece lavori, meglio se attacchi presto la mattina, diventi quello che, poverino, non ha più tempo e dovrà pur divertirsi come tutti i ragazzi della sua età.

Era la prima volta che venivo a farmi un tuffo nella sua vita da bravo ragazzo, e da quel giorno fu un periodico ritrovarci qua, a volte quotidiano, a volte diluito in tempi più lunghi che erano una forzata pausa per recitare la mia parte del bravo ragazzo. Quello divenne così il santuario dove andare di volta in volta a ripulirmi l’anima, il mio confessionale personale, di giorno. Poi, chiusa la serranda, col buio alle costole, si andava a cercare il peccato da poter confessare il giorno dopo. Non è poi così difficile trovare un peccato da commettere, da quelle parti.

 

TEORIA UNO

Se uno si potesse scegliere la colonna sonora alla sua vita sarebbe tutta un’altra storia, a volte è possibile, tipo al mattino che ti puoi alzare programmando una radio sveglia pure con Wagner se già sai che c’hai da combattere, a parte il rischio di piombare sul prossimo come gli Apache americani, o magari puoi svegliarti con per elisa o con aria sulla quarta corda o con quello che ti pare (io per me ho deciso Liszt) ed abbinarlo a quello che dovrà essere lo spirito iniziale, tanto per partire preparato. Poi? Sì, va be’, ti piazzi un mp3 in cuffia e via, ma l’imprevisto, come fai a darti una musica per l’imprevisto… una merda di cane per esempio, avrebbe bisogno di una sdrammatizzazione, la paletta al posto di blocco che sventola modello bandiera a scacchi e ti pare di vedere un cilindro stelle e strisce e un dito puntato I want you for… ma for cosa? Che t’ho fatto? O magari hai fatto e lo sai, e mica l’autoradio se ne accorge e ti cambia musica. Non c’è sala di montaggio per la vita, non è che prima giri le scene poi te le puoi sistemare, non hai la possibilità dell’effetto speciale, nel momento più romantico ti può rovinare tutto un gabbiano della pubblicità, magari di un sexy shop, falli di tutte le dimensioni. Che roba ragazzi. Il lieto fine? Che pensi di poter fare? Impotenza.

Ti resta d’avvicinarti al letto a luce bassa quando non ne puoi più della giornata, e non è detto che sia ancora notte, impostare la canzone da ascoltare come ultima, che quello t’è permesso, sederti sul ciglio, spegnere l’abat-jour, infilarti sotto le coperte con una rotazione contraria al previsto, il colpo di coda del protagonista, dare il culo alla camera e la faccia al muro e farti srotolare sopra i titoli di coda, fine del 10.245° episodio. 28 anni e una manciata di giorni senza neanche un ritocco con fotoshop. Bella roba.

A questo circa stava pensando Sandrino quando entrai nel bar, roba da matti, mesi che non ci si vedeva e non era cambiato nulla, le solite utopie, la speranza, sì, speranza di potersi aiutare e comprendere in due vite arrivate agli antipodi e ricongiuntesi nel punto iniziale, una sorta di giro del mondo che parte da Roma, per uno si compie su un parallelo e per l’altro su un meridiano, ad andature dissimili e occasionali per poi, eccoci qua, ritrovarsi, quartiere prenestino.

-Vabè, ma tu qua al bar c’hai la radio no? E decidi tu la musica no? E allora basta che ti tieni pronto alle evenienze, metti un bel po’ di cd a vista e a seconda di chi entra piazzi sotto la base, ai rom del campo qua vicino ti consiglio Bregovic, puoi tenerti una pedaliera a effetti sotto il bancone, puoi far partire gli applausi, un  ta da per le sorprese tipo questa, nove settimane e mezzo quando entra qualche fatalona, non dico che puoi arrivare alla perfezione del progetto, ma avresti dato una bella mano alla regia!

-Come ho fatto a non pensarci.

Queste erano le cose più sensate che potevi sentir dire in quel baretto vecchio e stanco di via Erasmo Gattamelata angolo via Filippo Scolari, con l’insegna ingiallita e piena di moscerini radunati attorno al tubo al neon, recante la scritta Snack Bar Latteria, prodigio primi anni ottanta. Questo e poco altro da annotare, tre videopoker (ancora per poco), qualche cliente da arredamento in avanzato stato di decomposizione, un telefono a monete perennemente guasto, ma non abbastanza da non attirare tutta la folla dei fuorisedisti del prenestino.

Dicesi fuorisedista colui (o colei, che è pure più frequente) che se ne parte da un luogo qualsiasi per trasferirsi vicino, chessò, ad un’università con l’intento principale di costruirsi un futuro, studiare ecc, ma poi, assaporata la libertà di una vita senza troppe regole, nonostante raggiunto il traguardo (laurea) non si fa neanche più passare per la testa l’idea di tornare a casa e conduce una vita arrangiata a base di un lavoro giusto che non si trova mai, con il supporto economico di una famiglia che evidentemente da questa distanza non è neanche troppo turbata. Per precisare.

Mo chi conosce la zona dirà, e dov’è che sta un’università al prenestino? Domanda lecita. Ma lo sapete quanto costa una casa vicino alle facoltà? Ecco.

 

PICCOLE CORTESI PRESENTAZIONI

Malory (22) usciva dal bar latteria, quello al famoso angolo, rigorosamente a camparino fatto. Mica che si chiamasse proprio Malory, ma a Sandrino era subito sembrata quella di Natural born killers (ricordate? Juliette Lewis), e non c’aveva neanche torto, le aveva appoggiato questo nome niente male che adesso ce la chiamavano tutti. La storia era stata circa questa. Io poggiato al bancone, lui dietro a lavorare, in un toc toc di stivali da saloon attraversava l’asfalto di un’estate già un po’ troppo calda una fatalona che veniva proprio dritta dritta verso di noi, quando il suono dell’asfalto si trasformò in suono di vecchia ceramica capimmo che era entrata e non era una visione. Giganti occhiali da sole sotto lisci capelli neri da manga (avremmo capito poco dopo a cosa servivano, entrambe). Mi dai una birra? Certo, te la apro? No, la apro io coi denti… Come vuoi. Sufficiente, direi, per meritarsi quel soprannome. Diventammo amici.

Era venuta da Viterbo per studiare a Roma e s’era trovata questa camera in affitto su via Erasmo Gattamelata, mo’ ci stavano in quattro ma sarebbero diventate sei a breve. (Per abitudini particolari un po’ di tutte le coinquiline quella casetta sarebbe stata amorevolmente rinominata casa del peccato. Suonava bene.) In nome di questa ormai pilotata amicizia di più di qualche ora Malory ci invitò a cena, per conoscere le altre e la casa e i suoi occhi da oppiomane. Why not?

Fabiola avrebbe cucinato per noi, roba pugliese. Lei era già laureata e quindi si trastullava tra altre forme di fuorisedismo, che comprendevano comunque consegne curriculum a iosa e telefonate dal bar, datosi che nonostante il lavoretto a ore non le era passato per la testa di fare un allaccio telefonico, preferiva investire in benzina, che al bollo e all’assicurazione ci pensava il babbo. Così ci tenne ad uscire dopo cena e fare un giro con la sua Beba (così la chiamava la sua auto). San Lorenzo manco a dirlo.

Da lì si sarebbe arrivati alla (solita) scena, di lei ubriaca pesta a far finta di sentirsi bene, vergognandosi come una ladra colta dal bip dell’antitaccheggio e subito interrogata dal vigilante di turno, senza far caso che non se la filava nessuno e tutti distoglievano lo sguardo al primo incrocio, quando il suo rossore e la smorfia palesavano l’arrivo del conato e lo sviluppo del concetto di mi sa che stavolta va in coma etilico, ma poi niente. Eppoi voleva guidare comunque e faceva l’ennesima riga allo sportello della macchina cercando di ingannare tutti ed aprirsi da sola con la chiave logicamente sbagliata. Rosemary era una sua amica d’infanzia, l’aveva trovata lei la casa, qualche anno prima, dando il via all’esodo.

 

ROSEMARY

(Qualche anno prima)

Le pareti erano alte che per riempirle e coprire quell’asettica tinta bianca ci sarebbero voluti metà dei quadri del Louvre, mo’ il problema stava nel fatto che la scelta non era foraggiata da adeguate capacità di spesa e così ci si sarebbe dovuti accontentare di tutta una collezione di poster, ritagli di giornale con notizie che una volta avranno sicuramente avuto un legame importante con la propria vita, ma ora a ricordare non ci si riusciva proprio, quadri  a volerli chiamar quadri, riemersi da un non noto passato artistico e quant’altro, maschere di legno stile equo e solidale, autografi, cartoline da quasi tutti i posti del mondo, frame di film che una volta saresti stato proprio originale ad avere, ma ora. Però erano alte quelle pareti, e le ante dell’armadio noce chiaro da casa al mare erano da dimenticare e via a stamparsi foto su foto che oramai con l’avvento del digitale vorrei vedere chi è che ce l’ha cartacee, figurati che ora quando ti dicono ti faccio vedere le foto della vacanza accendono un pc, col matrimonio però mai, e ti mettono in braccio quel mattone copertina stoffa e argento, ma quella è tutta un’altra storia. Fatto sta che c’era da lavorare un sacco per rendere minimamente personale quella camera, portare tutta quella roba dalla Puglia manco a parlarne, ricomprarla peggio che mai. Deciso. Si sarebbero riempite da sole, col tempo, quelle pareti, quasi per moto spontaneo, tanto tra laurea e specialistica ci si augura di rimanerci parecchio qua a Roma, al prenestino.

-Signorina, allora le va bene o no la stanza?

-Benissimo, 300 euro ha detto, eh?

-Si e guardi che è poco perché…

-Lo so, è poco perché le pago io, se le pagava lei? Comunque va bene, quando posso trasferirmi?

-Anche subito, ma non vuole farla vedere a suo padre, a qualcuno?

-Le faccio notare che ho venti anni. Questi sono i soldi, le chiavi, grazie.

Rosemary, partita da Foggia con 2.000 euro in tasca e un grosso zaino da campeggio, l’occorrente per sopravvivere almeno a due settimane di ricerca, mensilità anticipate comprese, duemila euro frutto del lavoro di tutta la stagione balneare come animatrice, quattro mesi per guadagnarli, quindici giorni per spenderli.

 

Ciao Faby, ho trovato la casa!… ho preso una singola… no, le coinquiline non le ho ancora conosciute, saranno all’università… c’è ancora una doppia libera, potresti venirci con mia cugina… no, devo ancora sentirla, ho chiamato prima te… va bene, ci sentiamo, un bacio.

Ciao pa’, ho trovato la stanza… sì, la seconda che ho visto, per essere precisi… no, tu sei sempre il solito! Richiamami quando sei meno in vena polemica. Ciao.

 

A pensarci bene poteva pure alterarsi meno la nostra Rosemary, che quel poveraccio sarebbe partito da Foggia, 400 chilometri, con una macchina piena da non vederci niente intorno, da solo, che le mogli danno più fastidio che altro, per portargli tutto l’occorrente per iniziare la sua nuova vita da fuorisedista.

 

CONSIDERAZIONI BLUES 

-Sei stato bene ieri sera?

-Sì, chiacchierano una cifra però quelle!

-Volevi andare a casa di quattro donne e chiacchierare tu? Sandrino mio…

-Ma te ci credi a quella storia di Silvia?

Silvia (29) pure lei veniva da fuori ma non troppo, però s’era trasferita per tutt’altri motivi, non studiava, non nel termine tecnico che accomuna e giustifica tutto il fuorisedismo di Roma, aveva una casetta occupata, zona centocelle, che se stava fuori più di due giorni era facile che ci trovava qualcun altro. Vicini più graditi erano due trans battenti l’ex mattatoio. C’aveva una figlia (8) derivante da un piccolo errore di gioventù che comunque non era riuscita a spingerla a rimboccarsi le maniche e mettere da parte i sogni. La conoscemmo nel dopo cena a San Lorenzo. La questione che per Sandrino aveva dell’incredibile era inerente a tenersi la figlia di uno che non hai mai amato, col quale sei stata insieme qualche tempo aspettando che l’abitudine diventasse una forma più seria di sentimento, poi succede che una sera, dopo che l’hai lasciato, te lo trovi davanti nel cesso di un bar ad una festa di amici comuni, te stai fuori come i panni stesi e te lo fai sul lavandino senza precauzioni e niente proprio nel giorno della tua ovulazione, e poi sparisce e te non lo denunci, né lo responsabilizzi chiedendogli almeno il mantenimento per una scopata cominciata male e finita decisamente peggio. Uno di cui sai tutto ti da una bella mano a disintegrare la tua vita di ventenne e te niente.

 

-Sì. Del resto è lei che l’ha provocato, a quanto ha detto…

-Ma che mi frega a me della scopata di dieci anni fa, mi riferivo alla casa!

 

Già, la casa. Sandrino era rimasto estremamente colpito dal fatto che si potesse occupare una casa vuota, al di là delle prime considerazioni sull’ingiustizia del fatto che uno lavora una vita per comprarsi una cazzo di casa, e magari ce la fa pure a comprarne due, ma mica ci può abitare in tutte e due, così una la lascia vuota e finisce che ci va ad abitare qualcuno che manco lo conosce. Alla fine la questione l’aveva invece affascinato, tentato quasi, anzi tentato e basta, senza quasi.

 

-Diciamo che non è esattamente così, quindi non ti azzardare a sfondare la porta di casa della vecchia sopra al bar che ora vive dal figlio.

-Ok.

 

PERLE DI SAGGEZZA DA UNA CAMERA IN AFFITTO

-Ma di chi è questa casa?

Niente, questa questione delle case non gli era andata giù e stava pensando se magari c’era modo di non pagare l’affitto senza essere cacciato seduta stante. Fatto sta che questa casa di qualcuno era, una volta assodato che era una brava persona ogni tentazione sparì dalla testa di Sandrino.

Ugo, un certo Ugo con una decina di cognomi, abbreviato bonariamente in signor Ugo. Già dice tutto, un nome così corto con tutti quei cognomi a disposizione. La semplicità al servizio dell’aristocrazia.

Lo conoscemmo una delle seguenti sere (perché non ve l’ho detto, ma noi di quella casa diventammo habituée), doveva riscuotere l’affitto, venne dopo cena, entrò tenendo in braccio una bottiglia e quattro piccoli bouquet in un cesto di vimini. Aveva saputo che c’erano ospiti e per la prima volta in vita mia bevvi champagne.

Era una persona straordinaria, per usare un aggettivo dei suoi preferiti. Era un artista prima che un architetto, un nobile comunista incorruttibile, sincero e schietto, viveva al limite impossibile tra il distinto ed il grottesco, vantava conoscenze importanti in tutti gli ambiti societari e non era stato lui a cercarsele, o gli erano capitate o era stato cercato. Gallerista noto in tutta Roma, tanto da meritarsi per la sua prematura ma non inaspettata scomparsa (tutt’altro che silenziosa) una pagina di giornale, aveva nei tempi della sua malattia previsto tutto riguardo all’addio che voleva dare al mondo. Cerimonia laica nella sua galleria, non un applauso da nessuno, poche parole dette da amici, curatori di quel suo testamento artistico, un’istallazione video che proiettasse l’ombra della sua urna (cremato) su di una parete bianca, circondata da un cielo in continuo mutamento, ed una musica, una sola, la mia. La cosa più dolce che mi sia mai capitata.

Quella sera parlammo di Gadda, dei film del neo realismo italiano, di Pasolini e di un sacco di cose che fino a poco prima non ricordavo neanche di sapere. Quella sera non riuscimmo a distogliere la concentrazione dalle sue parole e dalla sua attenzione.

Quella sera il tempo sembrava volare mentre lui ci parlava delle donne della sua vita col suo fare tremendamente femminile, da vera signora, ecco, questo era il signor Ugo, una vera signora.

Lo vedemmo ancora, in locali del centro nelle notti in cui la Beba decideva di portarci a spasso, poi ancora in quella casa quando lui col suo scooter se ne partiva da Castel Sant’Angelo per arrivare fin quaggiù al prenestino a regalarci le sue perle di saggezza gratuita e disinteressata, gonfie di bugie utili, come le favole.

La dannazione degli esseri normalmente intelligenti sta nel non sapersi accontentare, ci disse una volta, e noi già lo sapevamo, ce ne eravamo accorti dal fatto che ogni cosa ottenevamo ci metteva pochissimo a divenire un’abitudine e si dissanguava da ogni entusiasmo. Una conquista sul lavoro, una macchina nuova, un guadagno inaspettato, tutto poteva avere una durata più o meno lunga nella posizione di vittoria, poi, vuoi o non vuoi il suo destino era diventare pareggio. E del pareggio proprio non sapevamo che farci. Non sapersi accontentare, lo sapevamo, sapevamo che era la nostra dannazione. Vivevamo di gioia nei racconti di ciò che ci accadeva o ci facevamo accadere per non più di una settimana. Lo sapevamo, ma lui ci aveva aperto gli occhi con la questione del “normalmente” intelligenti. Noi credevamo che solo da menti superiori poteva venire un pensiero simile, invece no, era semplicemente la normalità, un male molto più comune di quanto noi avessimo mai dubitato. Le menti superiori non ci cascavano mica a farsi intristire da un non avvenimento, e neanche le inferiori. Chi lucida la macchina tutti i giorni può far parte di tutte e due le categorie, non è facile capirlo dall’esterno. Noi ci dicevamo, questo non campa, è schiavo della macchina. Ci pensammo a fondo quella volta. Noi stessi cercavamo piacere in cose piccole per avere brevi attimi di felicità quasi quotidiani. Oggi potevamo comprare una rivista di moto, domani vedere di nuovo il nostro film preferito, dopodomani potevamo andare a trovare i nostri nonni al cimitero (meglio se di notte), o ascoltare dieci volte di seguito la stessa canzone, domani l’altro lavare la macchina, no di-co la-va-re la mac-chi-na. Cristo.

Ti fa star bene entrare nella tua macchina e trovarla straordinariamente pulita e profumata, quasi non ci fumeresti, o se sì rigorosamente in marcia e a vetri spalancati. Fa stare bene. Parlare in chat con una persona che tu credi sia dell’altro sesso, ma in effetti non lo saprai mai fa stare bene. Tutto ciò è decisamente accontentarsi, ma il limite tra le menti superiori e quelle inferiori è talmente labile che… Saresti sciocco a non capire che fare una foto col cellulare è inutile, soprattutto se ami la fotografia, ma a livello momentaneo fa stare bene. Talmente labile che… Che non è sempre definibile per certo ed in assoluto. La massima intelligenza è anche pazzia. Ma non si tratta di noi. Noi siamo normali. E basta veramente poco per poter affermare che un giorno sia migliore del precedente per noi gente normale, la mente superiore invece ne sa approfittare, se li può rendere tutti migliori i giorni, conoscendo la tecnica. Noi no. Noi siamo normali. Solo le menti superiori sanno vivere di tutte e tre le vite, da sciocchi, da normali e da superiori, appunto, solo loro sanno mentire sul loro status. Ed è così che ho capito che solo le menti superiori sanno raccontare bugie utili, come le favole.

 

TEORIA DUE

Se fossimo stati da sempre tutti onesti, tutti giusti, sarebbe stato tutto molto più facile, se non avessimo dovuto inventare parole come omertà, crimine, reato, avremmo portato a spasso vocabolari pesanti la metà, ma pure invidia non avremmo dovuto inventare, pure tutti i peccati capitali. Roba vecchia, vecchia che se ne parli a un vecchio ti dice che è roba vecchia. Immagina, il peccato originale è stata la prima parola che non avremmo dovuto inventare, il peccato cioè, che originale come parola è bella e fa molto spesso comodo. Per lo meno nel senso di originale come unico, come caposaldo, non tanto per la questione che esiste dall’origine, che mi pare una stronzata datosi che le mele a me manco piacciono e per quanto mi riguarda se le poteva pure mangiare tutte lui. Mi pare un ottimo primo esempio di ingiustizia vietare di mangiare una mela, però, e ancor peggio punire tutta una razza per migliaia di anni, o milioni, sempre per una cazzo di mela che fosse per me già te l’ho detto. E mi sono trovato condannato, il giorno del compito in classe di italiano a trascinarmi dietro uno zingarelli da cinque chili, pieno di parole belle e del contrario, che fa preciso preciso il doppio. E ovviamente tutte queste parole poi le devono tradurre in inglese, francese, latino, greco e tutte le lingue in uso e non più in questo strascico di novecento che è il duemila che stiamo vivendo. Poi dice che ‘sti ragazzi di oggi stanno niente bene con la schiena, tutti storti e fatti male, dice è la televisione, ma che, sono tutte le materie che fanno a scuola e tutti i relativi vocabolari pieni di parole che non ci dovevano stare se fossimo stati da sempre tutti onesti, tutti giusti…

 

Questo circa andava pensando tra se e se Sandrino quando sentì un colpo secco dato sul vetro di uno dei videopoker in dotazione del bar latteria di via Erasmo Gattamelata, probabilmente dal pugno di un perdente abituale. Cosa che riconobbe come vera solo dopo esser saltato di qua dal bancone ed aver distrutto a martellate la macchina in questione, al grido di “con le mani non ce la farai mai”, rivolgendosi all’improvvisato boxeur d’azzardo. (Da ora due videopoker)

 

CONSIDERAZIONI JAZZ 

Una volta che hai lavorato con delle donne, e le hai viste mettersi d’accordo ogni mattina su ciò che avrebbero fatto insieme la sera, la cena a casa di chi, in quale locale andare a ballare, ed hai scoperto puntualmente il giorno seguente che nulla di ciò che s’erano dette è poi successo, cominci a pensare che evidentemente sta nella formalità il massimo di quel tipo di organizzazione. Una sorta di lezione quotidiana di bon ton e mondanità alla quale l’importante è reagire bene ed in fretta, ma solo a parole. Dei fatti in tutta evidenza non c’è il più assoluto bisogno. Farsi domande disinteressandosi delle risposte è una prerogativa invece più maschile, corrisponde circa al contrario. Dichiarare di aver fatto qualcosa di eccezionale ma senza aver potuto e voluto invitare nessuno, e mentre lo racconti quello che ti sta davanti sta semplicemente pensando all’episodio più saliente della sua vita ed alla forma per raccontartelo come fosse la più semplice abitudine. Quanto gusto troviamo nel prenderci in giro tutti. Figuriamoci quando le due razze in questione si mescolano, si arriva molto in fretta alla soglia di pericolo.

Una volta che hai avuto storie diciamo d’amore e ti sei reso conto diciamo di come iniziano e come finiscono, hai memorizzato diciamo la prassi, dovresti essere pronto (diciamo) a riconoscere tratti identificativi importanti. Nei giorni della conoscenza si fa tutto in funzione dell’altro, ci si modifica pensando di poter conquistare più semplicemente fingendosi un modello di perfezione che essendo se stessi. Non beve nessuno, non si dicono parolacce, si minimizza il dialetto, si è puntuali (lui), si ritarda pochissimo (lei), non ci si arrabbia per nessun motivo. Dal primo bacio in poi ci si scioglie un po’. Dopo il sesso arrivano le esigenze e le prime lamentele. Con l’abitudine o ci si sposa o ci si lascia, escluso quei casi di pazzia conclamata per cui si pensa che certi problemi si risolvano con un figlio. Nel caso in cui ci si debba lasciare la questione si fa seriamente divertente.

 

Molto spesso una coppia si è già lasciata e ancora non lo sa, ma il colmo sta nel fatto che tutti intorno a loro lo sanno benissimo, amici e parenti e altro, lo vedono negli sguardi che si lanciano, nell’odio per uno sportello della macchina che sbatte troppo forte, nelle coccole forzate e di circostanza, nell’annullarsi della passione, nello scadere della fiducia. E loro due niente. Cadranno dalle nuvole appena sapranno. Chissà perché poi, il tempo che ci vuole per lasciarsi è proporzionato a quello che si è già stati insieme, dai miei calcoli si attesta intorno al 10%, per esempio se si è stati insieme dieci mesi, dal momento in cui si decide di farla finita si lascerà passare ancora un mese prima di parlarne, nel caso fossero dieci anni vi lascio intuire. Certo ci sono segnali che dovrebbero farci avvertire qualcosa, ma l’amore è veramente cieco. Se è lei a voler lasciare state pur sicuri che la vostra razione di sesso diminuirà drasticamente fin quasi all’annullamento, per motivi vari. Un abbonamento a teatro o ad un cinema d’essai sono provvidenziali. Se è lui a voler chiudere da quel momento in poi si scoperà solo, e male, come si fosse fatto infiltrazioni di egoismo.

Per me personalmente (che non ho mai lasciato) c’è stato un altro grosso indicatore, sono sempre stato scaricato quando uscivo con la loro macchina. Io dico, una vita a venirvi a prendere a casa, a fare la muffa nell’attesa, mezz’ora quotidiana votata a guardare un cazzo di portone, tutte la prese per il culo dai vicini e mo’, che avete deciso di lasciarmi, neanche la soddisfazione di farvi scendere in mezzo alla strada, anzi, devo pure star calmo e moderarmi sennò mi ci lasciate voi? Ho deciso, la prossima volta che una donna mi dirà se prendiamo la sua macchina gli dirò No, ti lascio io. Perdonate la digressione, ma ce l’avevo qua.

Eppoi mica posso chiudere qua il discorso senza far accenni ai vari pretesti che si vanno cercando per litigare. Sembrerà assurdo ma il più comune di tutti è: oggi voglio proprio stare bene, non vedo l’ora di vederla/o, voglio fare questo e quello, una giornata memorabile del nostro rapporto. Niente di peggio per scavare la fossa ad un amore, leggerete una inesistente voglia di smontare il vostro sogno anche in un minuto di ritardo, in un ingorgo, in uno sbadiglio, una manovra azzardata. Buona giornata!

Se avete il presentimento che vi vogliono lasciare evitate di vedervi, ce la metteranno tutta per darvi una colpa, e ce la faranno, sarà colpa interamente vostra e per niente dell’amante che c’hanno già nel letto…

-Ma è passato Marco il meccanico? Ghignai.

-Non c’entra.

E invece c’entrava eccome, ma non era l’unica cosa. Gli chiesi se con Faby era finita, tra l’altro era l’unica con la macchina, dovevo immaginarlo. Tra me e Rosemary la questione era già chiusa da tempo, roba di spiate tra messaggi ricevuti, sapevo che da soli loro non sarebbero andati troppo avanti, ma che potevo farci se Giulia mi scriveva?

 

GIULIA

Io da qui non mi muovo proprio, non ho NESSUN motivo di muovermi, di tornare a casa non se ne parla. Sto qua. Basta. Seppure starò male restando, e lo so. Non me ne vado.

Che ci fai qua? Ballo. Sei sempre così loquace o magari io t’ispiro particolarmente? Preferivi un discorso di un’ora ricco di particolari poco interessanti intessuto per convincerti di una mia manifesta superiorità rispetto al resto della società che ci circonda in merito alla danza ed agli stili di vita o vattelappesca, che evidentemente tanto manifesta non è se va ricercata con un discorso di un’ora, che ti costringesse a fumare in silenzio almeno cinque Lucky strike ed a guardarmi fisso negli occhi escludendoti dalla possibilità di un intervento o di una fuga almeno visiva per osservare, chessò, la mia caviglia che s’infila in questa scarpa tacco dieci? Mah, a parte che non fumo lachistraic diciamo che avrei optato per una via di mezzo. Ballo, ballo per vivere, insegno danza in una scuola qua dietro il resto del tempo lo passo a far provini, a scattare foto ed a leggere passi interessanti di libri che amo a persone a cui tengo. … Ma chi è quel tizio buffo affacciato lassù a quel balcone? Ci guarda già da un po’… Non preoccuparti, è Bubo, innocuo, non esce mai, quello è il suo punto di vista sul mondo. E nessuno lo va mai a trovare? C’ho provato io una volta, ma non ha voluto. Si vede che non ci hai provato proprio bene. Si vede.

(Ma guarda te questa, ma chi si crede di essere?)

 

Forse c’è che ognuno di noi già ce l’ha delle campane nella testa, ma non le sente. Deve essere così. E allora certe volte basta che gli capiti di dare un bel bacio profondo e appassionato, di quelli che ti piegano la testa indietro, o te la spingono contro una mano dietro la tua nuca ed ecco fatto che vengono fuori, le campane dico. O magari non ci sono proprio e compaiono d’improvviso, e proprio per quel bacio evidente- mente, si creano dal nulla di due abissali intimità che si fondono in un dono di saliva che se ci pensi esentemente dalla situazione ti farebbe pure alquanto schifo.

Fatto sta che per un motivo o per l’altro io ste campane le ho sentite spesso e volentieri e non c’ho mai capito niente. Amore? Non credo, o forse sì, ma verso se stessi, come quando vinci una gara, una partita, orgoglio allo stato brado trasformato in romanticheria da commedia all’inglese. L’accordo maggiore che se sei bravo lo fai suonare minore. L’aggressore che fa la vittima (e a chi non è capitato) e viceversa (idem). Del resto a chi non piace avere ragione, e il modo più bello di averne è dalla posizione di deboli, premiante. Senza allontanarsi troppo però, passo indietro. Io ste campane ce le ho ben presenti, e l’ultima volta me le sono regalate senza piegare la testa indietro e senza mani di sostegno alla nuca, addirittura senza bacio, per una risposta che non ho mai dato. Perché ti fidi di me? Campane. Bacio invece della risposta. Cintura di sicurezza premuta sul petto. Campane. Ora sì, mani.

Ecco. L’ultima volta che ho creduto di amare si trattava di lei, e la colpa, o il merito, vallo a capire, è stato di una domanda. E di certe campane maggiori.

Minori però erano i suoi occhi, maggiore la sua voce sicura, dolce e minore il suo sorriso, maggiore il modo di muovere tutto il suo corpo, tranne la mano sinistra, minore, intenta a giocare con le perle di un bracciale inventato, maggiori però le due dita dedite al trasporto della sigaretta dalla bocca (ora dominante) al tavolo del pub dove ci stavamo per l’ennesima volta conoscendo. Ti va se ti leggo qualcosa?

A piangere non c’è niente di male, finché lo fanno gli altri, è quando tocca a te che diventa imbarazzante, e più lo è meno ti controlli, e peggiora alle tue giustificazioni, sicché io non sono mai stato uno di quelli che pensa che si possa rimorchiare suscitando sentimenti di pena (che non ci crederete ma ne esistono a centinaia qua al prenestino, uno una volta c’è pure riuscito, e si è fatto una trombata di tutto rispetto, Malory! Narra la leggenda che lei abbia dichiarato Mi faceva pena. Testuale.), fatto sta che ho pianto per una voce minore. A volte è più facile essere veri con le parole degli altri, a quanto pare.

 

Senti questa …perché i sentimenti sono distribuiti gratis tra gli uomini e non c’è ingordo che riesca a prenderne più di altri, è la natura stessa che ci avvia alla quantità, e quando a qualcuno ne spettano di più sta alla sua onestà regalarne, in note o parole o pennellate che sia, in carezze o abbracci, in silenzi anche. Sì, silenzi. Perché pure il silenzio può essere sentimento, a saperlo usare. Solo lei non l’aveva capito e continuava a farsene una colpa… Bella no?

Bella, me la fai leggere da solo? Mi ritrovai in mano un foglio dattiloscritto.

Chi ti ha scritto queste cose?

Chi ti ha detto che le hanno scritte per me?

Si capisce, sei tu. Quella che se ne fa una colpa, dico.

Dici?

E sì.

 

Ognuno si sceglie la sua vita, questa è la norma, ognuno è responsabile di ciò che è e ciò che fa, ognuno è responsabile quindi del proprio avvenire. Ma mica avvenire nel senso di futuro, macché, avvenire significa succedere, accadere, molto più presente, che poi ciò abbia conseguenze future è un’altra faccenda. Ognuno è responsabile di ciò che gli avviene, questa è la norma. Certo che ci sono eccezioni, non è che perché esiste una legge nessuno trasgredisce. Per questo Giulia si sentiva eternamente insoddisfatta, in colpa con se stessa, si sentiva immobile in una vita che correva, incapace di agire, anzi di agire bene, anzi di agire con i tempi giusti. Poco repentina, ecco. Secondo lei non le avveniva troppo e se ne sentiva l’unica artefice, soffriva del male comune che è non saper aspettare, quello che ci fa guardare tanto lontano e non dove stiamo mettendo i piedi, che comporta il rischio grosso di non trovare niente di prezioso che può essere caduto da qualche tasca, per esempio, e al contempo di poter pestare tanta merda.

Non sapeva vivere di piccoli successi quotidiani e andava guardando orizzonti splendidi, ma essendo la terra di suo rotonda gli orizzonti rimangono sempre equidistanti. Non è la linea che va inseguita, ma devi sceglierti un punto, per quanto lontano, una nave, che vedi lontanissima, con tanta volontà e tanto impegno, nuotando con tutte le tue forze in tutta probabilità la raggiungerai, ma non tra un’ora, né domani. E se ti guardi attorno e trovi un pedalò farai prima, ma non t’illudere che basti un giorno, comunque. Di questo male soffriva Giulia, lo stesso identico male che attanagliava me, Sandrino e chissà quanti altri.

Giulia non abitava mica nella casa del peccato, non c’entrava nulla, l’avevo conosciuta al bar e basta, andava ad una scuola di danza da quelle parti, dice che c’insegnava proprio. Era di fuori ma non voleva che si sapesse di dove, un po’ riservata, abitava da una parte ma andando via partiva dall’altra, per confondere, aveva sempre il telefono silenzioso perché non si sapesse se le squillava o meno. Di sicuro non sarò io e qui a tradire i suoi segreti.

Uscimmo insieme più volte. L’ultima con la sua macchina.

BUBO 

(Ieri uguale a domani)

Bubo sta affacciato al suo balcone, sospeso sul groviglio di una periferia che va cambiando in peggio, come del resto è giusto che sia, come ogni buona periferia che si evolve in invivibilità e traffico che scappa la mattina presto, ma non troppo e riaffolla la direttiva la sera tardi, ma non troppo, quando tutti tornano con qualche soldo in più in tasca e si sentono più borghesi che proletari che abitano al quartiere popolare dove fino a ieri stavano a girarsi i pollici e a strillare ed ogni tanto pure a fare a botte aspettando il dovuto sussidio comunale per quei cinque figli a carico che stavano a quindici anni a giocare a pallone in mezzo alle macchine perché di studiare non se la sono sentita più, o meglio mai nell’attesa del tanto agognato posto pubblico reclamato dai genitori a suon di calci e pugni al portone di legno e ferro della circoscrizione. E vattelo a immaginare che un giorno l’avrebbero capito che toccava tirarsi su le maniche per togliersi qualche soddisfazione, come la macchina coi cerchi in lega o la tirata del sabato sera. Così oggi tutti sono puntuali al suono della sveglia, ed hanno pure imparato che per ottenere qualcosa è meglio fare i lecchini che buttare giù le porte. E insomma Bubo sta affacciato.

Le serrande sono tutte ancora chiuse tolto quella del bar all’angolo, quello dove puoi ascoltare le prime bestemmie della mattina e i primi commenti infami sul culetto della maestrina che altro non fa che andare a prendere servizio alla scuola del quartiere, e se altro facesse di sicuro non sarebbe venderla in giro. Gli autisti dell’autolinea pubblica, i manovali, gli spazzini, tutti, escluso il barista (chissà come mai), a dire che cosa gli farebbero a questa o quella che disgraziatamente si trova a passare di là, finché non tocca alla figlia di uno dei presenti e tutti abbassano la testa. Ma mai di Lunedì. Il Lunedì nessuno fa più il suo lavoro, specialmente la mattina appena svegli, col caffé a freddarsi sul bancone cosparso di zucchero seminato da mani tremanti, e l’Emmesse che pende dall’angolo destro della bocca con la cicca che barcolla più lunga del resto da fumare, finché non cade sola, non senza tentare d’aggrapparsi alle giacche disattente, ma buona parte arriva al suolo.

Non il lunedì ‘ché sono tutti allenatori di calcio, o tutt’al più giornalisti sportivi o critici o opinionisti, che non sanno nemmeno che significa però lo sono, e la loro enfasi sveglia e coinvolge folle più del comizio dell’ex sindaco in campagna elettorale. Bubo se ne fotte e sta affacciato, e adesso è aperto anche il tabacchino, e la cartoleria costringe al limbo i ragazzi dalla quarta in su che gli è finita la penna o il quaderno la sera prima e c’han paura della nota, dalla terza in giù ci passano bene sotto la serranda a lutto, e intasca qualche soldo esentasse.

E intanto Bubo pensa che se abitasse in centro sarebbe tutto diverso di mattina, s’immagina gente in giacca e cravatta a discutere di titoli e di azioni, rampanti scesi da scuteroni d’argento bardati di tecnologia, intenti a telefonare senza usare le mani, abbronzati a Dicembre, eppoi baristi in divisa gentili e felici pure solo di mandarti al bagno e darti un bicchiere d’acqua di rubinetto e farti leggere il giornale, non come quello stronzo all’angolo che se non spendi uno scudo il cesso ce l’ha rotto, dice. E pensa che in centro fuori ad ogni scuola ci sia una fila di auto NCC a riscuotere mance da bambini di cinque anni, non come qua che alle otto e un quarto, e ci siamo quasi ormai, arriva la carretta gialla del comune che non ha passato l’esame di auto storica per evidenti difetti alla struttura, a sputare un centinaio di marmocchi in mezzo agli altri cento che abitando a meno di due chilometri  se la sono fatta a piedi. La maestrina starebbe tranquilla in centro, che nessuno le griderebbe undici a mamma come fa ogni mattina Marco il meccanico, tolto il Sabato che non lavora, tutt’al più sarebbe importunata (si fa per dire) da uno dei baldi di cui sopra con un modesto invito da René cuscina franscese dopo lunghe disquisizioni sui suoi occhi e labbra e intelligenza che traspare, Magari ci casca. E invece le andrebbe di montar su la tonaca per andare a lavorare, per evitare lo strascico, manco in tuta la lasciano stare.

Ma Bubo che ne sa, lui in centro c’è passato per sbaglio quando ha preso l’ottantuno invece del diciotto e non c’è voluto più tornare, pensando che quell’apparenza che lui chiamava vita non poteva permettersela.

Non che i genitori quando accadde, e sono ormai anni, non c’abbiano messo il carico dicendo che là costa tutto il doppio, anzi il triplo e che si paga pure l’aria che respiri, e lui c’aveva creduto. A parte, a pensarci bene, le botte che prese dal padre a causa di quell’imperdonabile errore di aver confuso due numeri tutto sommato simili, imperdonabile per un tredicenne, e gli insulti che costituirono un altro ottimo motivo per rendere impraticabile quel suo amore.

Ecco la carretta, strano che a quest’ora la sala giochi ancora non sia aperta per dare riparo ai segaioli del tecnico commerciale sulla parallela, quelli che tra la strada e la scuola hanno scelto la scuola per starsene qualche anno tranquilli per strada, imbecilli che sanno bene che tutti i professori parcheggiano di qua che c’è più posto e li beccano, ma per loro essere bocciati significa guadagnarlo un anno invece che perderlo, e infatti c’è la fila fuori, ma si vede che nella rissetta di questa notte c’è scappata una coltellata e il gestore ha deciso di calmare le acque non aprendo oggi. Invece eccolo, spunta zoppicando dal vicolo dietro la fontana, col suo bastone con la testa d’argento che gli è stato dato a sostituzione del mezzo piede che gli ha portato via quell’incidente in moto, che gli ha fruttato, però, un bel po’ di grana dall’assicurazione. Dicono tutti che se pesasse 45, massimo 46 chili in meno, il bastone non gli servirebbe, ma anche che allo stato attuale pure se avesse tre piedi gli necessiterebbe il quarto. Eppure non ha neanche sessant’anni e si butta così giù, e alle nove di mattina di lunedì già puzza di sudore e smette solo la mattina del sabato, giorno di doccia e puttane. Insomma non ci tiene molto alla pulizia e dice che sudare è normale, e se qualcuno gli obietta che lo sono anche pisciare e cagare, lui risponde “infatti”, e così sono tutti contenti che si senta solo il sudore.

Apre, così i bambocci possono cominciare a vomitare i soldi di papà nelle macchinette sperando di vincere quanto basta per comperare una palla di fumo e mettersi in proprio, e invece quelli che il colpaccio già l’hanno fatto si mettono a giocare a biliardo e aspettano, ‘ché verso le dieci qualcuno una canna la cerca.

Bubo adesso ride pensando ai poveri genitori di tutti quei bravi ragazzi.

Ogni tanto qualche padre un po’ più furbo fa irruzione nella sala giochi e, dopo aver ammollato un paio di sganassoni ai più grossi della combriccola ed aver minacciato il gestore di denunce e diffide, si riporta il figlio a casa a calci. Da lì per una settimana lo accompagna fin dentro la classe ogni mattina e dalla classe lo riprende all’una. Poi torna tutto uguale, solo che la sua macchina c’ha le gomme nuove e il cofano riverniciato, perché la scritta “infame” a graffito non gli piaceva troppo.

Bubo crede che la gente del quartiere popolare in gran percentuale non abbia nulla da perdere e gli conviene approfittarsi di chi qualcosa da perdere ce l’ha, e quest’ultimo è meglio che faccia finta di niente. Per questo meccanismo il padre furbo cambia le gomme e sta zitto, finché non esplode e senti al telegiornale il suo nome, perché ha dato fuoco ad una macchina con dentro una famiglia. E’ così che Bubo si spiega tutti i fatti di cronaca nera di quest’inizio di millennio.

Al commerciale, comunque, a parte tutto, c’era stato pure lui, ma mica perché gli piacesse, voleva andare all’istituto d’arte, che però, a detta dei vecchi, era troppo lontano e troppo inutile per essere frequentato, dicevano che con l’arte non si campa e che bisogna guardare al concreto, agli sbocchi e alle possibilità, soluzione: la ragioneria. E così due anni di prova se li passò tra quella marmaglia, manco a dirlo due volte in primo superiore e la terza fu proprio il preside stesso a non concedergliela, segando le gambe ad ogni aspirazione dei suoi genitori. La cosa più importante comunque era successa, aveva provato l’ebbrezza dell’assenza ingiustificata e dei calci in culo, ma non alla sala giochi, a lui toccò prenderli ad una di quelle riunioni professori-genitori-.alunni davanti ad una platea infinita, perché la prof d’italiano se la cantò. Non fu bello, tanto che Bubo fu contento di non essere ammesso l’anno dopo e niente fece affinché pa’ e ma’ gli facessero cambiare scuola, e la sua indole da artista si spense tra quel balcone e la televisione, unico occhio sul mondo.

Ecco Ugo, fai finta di niente Bubo, fai finta di niente…

 

Strano che la signora Teresa, palazzo di fronte, piano terzo, non abbia ancora buttato le sue coperte da vedova di qua dal davanzale a prender aria. Si vede che pure ieri sera ci ha dato giù di tavor e vino bianco secco da osteria, o peggio di sambuca, però non si è sentita urlare. E’ sempre la stessa giostra da quando è morto il marito e il figlio piccolo non l’ha più guardata in faccia perché il figlio grande gli ha rubato mezza casa con un tramezzo di cartongesso non lasciandole neanche il balconcino per quei gerani sempre mosci che lacrimavano i loro petali sul marciapiede sottostante e sulle teste dei passanti portati a temere il peggio (da piccionaia) che invece una volta scattata la mano e chinato inorridito il collo, si tranquillizzavano al tocco di quell’ingiallito escremento di natura. In tutto ciò s’è alzata, ha aperto le persiane, Teresina, ed ha masticato un mezzo insulto proprio verso quel balconcino dietro al quale oggi dorme la nuora, tipo “mortacci” o similare. Pure oggi tutto è normale. Bubo rientra.

 

LA MACCHINA DI PAPA’

-Prima o poi bisognerà piantarla con st’alcool, che tutte le sere è una storia, noi poi che la vita ce la sudiamo dietro ai banconi, tra gli scaffali, dentro ai cofani delle macchine (che ce l’abbiamo sempre rotte), forse è ora che proviamo a metterci due spicci da parte, per una macchina decente, per un affitto ché alla nostra età ancora stiamo attaccati alla gonna della mamma. Spendiamo più in alcool e tabacco che in vestiti cene donne e benzina, con tutto che spendiamo abbastanza in vestiti cene donne e benzina, una volta spendevamo tutto in pneumatici e marmitte ricordi? Che matti!                             Non dico questo perché ho rimpianti, giuro, solo che penso spesso che sia il momento di finirla con quest’alcool, ‘ste sigarette del cazzo. Qua si parla di cifre che se le dai ad un concessionario in tre anni ci paghiamo una Mustang, e scendiamo da ‘sti bidoni che sarà pure ora. Certo, mi dirai che con un cinquemila sotto al culo spenderemo di più di benzina, e pure assicurazione e bollo non scherzerebbero, e a come siamo fatti ti pare che non ricominciamo ad investire sul pneumatico?… Lasciamo perdere.

Una bella casa però sì, un affitto giusto (che a comprarla ci vogliono le firme dei genitori come per entrare in seconda ora alle medie…), che ne dici? Mica male, magari più vicina al lavoro, ci teniamo quei torpedoni maledetti e ce ne andiamo a vivere insieme a cinecittà o vattelappesca… Certo che poi ci sarebbero le bollette, la spesa, il parcheggio che ormai il bianco per fare le strisce non va più di moda, ormai solo giallo e blu sono utilizzabili. Pensa che qualche giorno fa stavo in giro non mi ricordo dove e che ti vedo? Delle strisce pedonali rosse, RO-SSE pensa un po’ te, pur di non usare il bianco ti vestono la città da arlecchino… Magari hanno pensato “Se le facciamo blu chi deve attraversare pensa di dover pagare per usarle, se le facciamo gialle pensa che sono riservate a chissacchì, il bianco non va più di moda…” e piglia e te l’hanno fatte rosse. MA-DICO-IO, vabbè lasciamo perdere che il discorso era un altro… Questa casa, tra affitto, bollette, condominio, spesa, dici che ci costa troppo?…

 

Sai che c’è, non mi va più neanche di starci a pensare. Non ce la faremo mai, né a farci una bella macchina, né a trovare un pezzaccio di casa per levarci dalle palle. Ci vuole il soldo e noi non ce l’abbiamo, ci vuole il papi cumenda e mi pare che noi niente. Allora sai che c’è? Dammi una bella sigaretta e… che prendi da bere?

Che poi io all’alcol posso sempre dire di avergli detto di no e lui non mi ha sentito, tutti si possono distrarre… Mi meraviglio di me stesso, io, cioè IO a fare certi discorsi moralisti, IO che ad una donna dico no solo se costa troppo. E tu non mi hai fermato! Mi prende il delirium tremens e tu non intervieni, vabè che i matti vanno assecondati ma sei pur sempre un amico, anzi L’amico anzi L’Amico con la a maiuscola, anzi tutto maiuscolo! Non lo fare mai più!

Diceva circa questo mentre fuori dal bar il coglionazzo di turno salava fuori da una cabrio senza aprire lo sportello ed entrava di fretta chiedendo del bagno.

 

Niente bagno. Vai al bagno di papi che ti ha regalato sta cabrio del cazzo che avrai la mia età, e a me i soldi non bastano nemmeno per le sigarette e da bere, e non lo voglio sapere quello che cazzo fai nella vita. Anche perché sono sicuro che la risposta è NIENTE, fai il mantenuto. La sera magari ti ci scappa pure una bottarella dentro alla macchina di papà eh? Sbaglio? Magari ci vai pure a troie, anzi no, a trans che va più di moda. A quest’ora non c’è fica in giro e vai vestito come il commissario Girali, poi stasera sfoggi il vestito tombolini, ti fai prestare un rolex o un panerai della collezione del babbo, una spruzzata di chanel numero cinque di tua madre, perché a buon bisogno sei pure frocio…

 

Lo fermai, uno perché parlava solo, visto che l’interlocutore era già uscito da un pezzo dal bar, e due perché era semplicemente l’operaio dell’autolavaggio a torpignattara e il padre con la cabrio non c’entrava un cazzo. Tant’è che uscendo disse queste testuali parole “lo riferirò al padrone dell’auto se ti fa piacere, ma ora vado che mi sto pisciando addosso”.

Però, noi che ne avevamo viste tante, ne sapevamo di storie sulla macchina di papà. Quella che a noi non c’avevano mai prestato, quella che quando eri piccolo pensavi fosse la più veloce del mondo, perché il tuo papà è l’uomo più forte del mondo, e  l’uomo più forte del mondo c’è solo una macchina che può avere.

 

TEORIA TRE

-Mettiamo, chessò, che stamattina tu ti alzi e ti ritrovi in faccia una bolla, bella grossa, di quelle ancora tutte rosse infiammate, tipo questa, e non l’hai neanche ancora toccata, di quelle che prima di specchiarti già sai che ce l’hai, all’angolo del naso per esempio, grossa che ti cambia la visuale, che porta la guancia a levarti quella minima prospettiva che te ne accorgi subito. Mettiamo pure che ti possa uscire sulla fronte, ma mica verso l’attaccatura dei capelli, no, in posizione centralissima, senza via di scampo, di quelle che alzi appena le sopracciglia e la senti, come se qualcuno ti tenesse un dito spinto proprio in quel punto. Micidiale. Ma mica per chissà cosa, perché è una bolla e non c’è niente di male, perché succede a tutti, chi più chi meno, c’è chi da la colpa al fegato, chi alla nutella, chi alla droga, alle pippe, aivoglia a trovare capri espiatori! Micidiale perché sei te oggi che ce l’hai l’intruso al centro della faccia, e sai che in questi casi tutti sono nemici. Peggio di un occhio nero! Tutti ti chiederanno cos’hai fatto, e che non lo sapete che cos’è una bolla? MA CHE CAZZO DI DOMANDA E’, cristosantissimo! Almeno per un occhio nero uno può inventare, diventa pure creativo, si può scegliere a seconda dell’interlocutore la parte del coglione o dell’eroe. Me l’ha fatto Tyson, ma dovevi vedere lui. Un contrasto in aria a calcetto. Mia nipote di un anno con una Winx. Ma di una bolla che cristo ti posso dire! Se dici che è un tumore fulminante ti dicono subito loro che è una bolla, e allora se lo sai, mi domando e dico MA CHE CAZZO DI DOMANDA E’. Ma veramente quando incontri qualcuno non si hanno più argomenti e ti devi buttare sul tempo, l’oroscopo, il calcio, se la variante ineludibile è una merda di bolla che c’ho in mezzo al viso. C’hai fatto caso che se ti chiedono come stai o come va solo il tre per cento sta a sentire la risposta, prova a dare una risposta a caso, anche senza significato, o rispondi con una domanda, con una considerazione, un’ovvietà, digli che il petrolio è alle stelle e del come stai non gliene fotte più niente al cafone che c’hai davanti. Che se uno è camionista però in effetti vuol dire che sta male col petrolio alle stelle, ma non è che siamo tutti camionisti.

Ti stai ingrassando. Ma io dico perlamadonna, ma sei tu la mattina che mi metti i vestiti, che t’accorgi che ho cambiato buco della cintura, ma mica quando ci si incontra è un quiz sul trova le differenze! Eppoi, ammesso e non concesso che tu me lo possa pure dire, o chiedere, o far notare, perché proprio come prima cosa. E’ un anno che non ci si vede, posso essere sposato e con un figlio e tu mi dici Ti stai ingrassando o Ti stai dimagrendo troppo o Che cos’hai fatto in fronte o in punta al naso. Mio padre sta in galera, la mia donna è incinta del mio migliore amico, ho perso tutti i soldi ai cavalli, ho distrutto la macchina in un frontale con tre morti e un fulmine m’ha squartato la casa. Va bene? Ci sei rimasto almeno un po’ di merda? Però non ti preoccupare, farò un po’ di dieta e andrò a rubare subito un Gentalyn in farmacia così questa bolla mi si asciuga e non rompi più i coglioni.

– Io, a parte che cos’avevi fatto in faccia, t’avevo chiesto pure un caffé, comunque…

-…

-Chi l’ha rotto quel videopoker?

-Io.

-Perché?

-Perché non pagava i debiti.

-…

-Mi devi quaranta euro.

-E’ per questo che non mi fai il caffè?

-No, è perché fai domande di merda, per i quaranta euro adesso ti faccio fare la fine del videopoker.

 

Mica tutti i torti c’aveva Sandrino. Sia sul segnare al bar (che è un’abitudine che sarebbe giusto far togliere, perché il bar è anche un po’ un lusso, e i lussi si pagano, puoi fartelo pure a casa il caffé, mettertelo in un thermos e portartelo al lavoro, ed è inutile fare l’aperitivo se poi non puoi pranzare, altrimenti finisce che il cinque prendi lo stipendio, ci togli tutti i bollettini e le rate che t’hanno fatto fare, il mutuo o l’affitto che sia, le bollette, assicurazioni varie ed eventuali, i soldi che hai segnato per un mese al bar e ti saluto), sia sulle domande di merda, sull’egocentrismo e l’indifferenza, il disinteresse in genere verso l’altro, ma soprattutto sulla ricerca del difetto, come per un sottile quotidiano atto di bullismo verso il prossimo in genere, come per un animale istinto di prevalere. Se però ti capita di conoscere uno senza un dito, con un occhio di vetro o su una sedia a rotelle col cavolo che gli chiedi che cos’ha fatto, sono forme di verità che fanno paura, allora in quel caso è meglio far finta di niente. Mi sa che siamo tutti un po’ codardi.

 

MACCHINETTE 

La questione ha inizi così remoti che bisognerebbe partire dal colosseo, dal circo Massimo, e tutto ciò per rimanere a Roma, che se ci spostiamo un po’ pure gli Egizi avranno fatto qualcosa per divertirsi e non pensare alle tasse, alle mogli, alle suocere o vattelappesca. Allora facciamo un passo avanti che certe cose non sta a noi discuterle. Saltiamo fino allo stadio Olimpico (di Roma o Torino, fate vobis), al Marassi, a San Siro, Meazza o chiamalo come ti pare, che pure noi abbiamo dovuto inventarci qualcosa per non pensare alle tassemoglisuocereo… Ma fino a lì il problema ancora non è che fosse poi enorme (hooligans esclusi), più che altro c’era da trovare una droga legale per far tacere il popolino, ma non è che vincevi niente tu, e a parte i soldi del biglietto non perdevi neanche, e fu proprio per questo che la storia si fece poco interessante e allora l’uomo fu costretto ad inventare una domanda che mai aveva sentito fare prima.

Scommettiamo?

Ecco. È proprio lì (che non so che anno mese giorno ecc… fosse) che cambiò il corso della storia con la esse maiuscola. Prima ricco dovevi nascerci, poi potevi anche diventarci con l’ingegno, la fatica, il lavoro diciamo, poi con il sopruso e la forza, poi con l’inganno, ma dal giorno che l’uomo inventò la parola “scommettiamo”, esattamente da quel giorno l’uomo poteva diventare ricco anche solo e tranquillamente grazie ad una semplice, dannata, tremenda botta di culo.

(Mo’, che lo stato se ne accorse e ne fece la più grossa fonte di introiti è una storia che non tratteremo, che i numeri del lotto da un’uscita la settimana sono passati a tre estrazioni non lo diremo, che le ruote sono diventate undici idem, che tra poco pagheranno 6, 5+1, 4+2, 3+5-2 non ci passa per la mente di scriverlo, che il famoso tredici della mia infanzia non esiste praticamente più per aver ceduto il posto alle giocate secche, ai vincente, parziale e finale, over o fa un po’ te non è dalla nostra voce che lo verrete a sapere)

 

Allora l’uomo come animale sociale si organizzò al fine di promuovere le attività di gioco, perché di gente che non voleva proprio lavorare ce n’era tanta e bisognava comunque cercare il modo di farli campare, e nacquero le prime agenzie interinali della storia: i Casinò.

Il concetto logico che funse da motore iniziale fu questo: se ognuno ha dieci dollari (la moneta americana è presa solo a termine di esempio) nessuno è ricco, a questo punto tanto vale avere zero dollari quindi rimanere poveri e mettere quei dieci in una cassa comune che gestirà l’anima pia del direttore del casinò, ne farà un fondo che darà per intero a chi indovinerà su che numero e di che colore si fermerà una pallina di ferro su un tavolo magnetico. Supponendo che un milione di persone tenti la fortuna avremo una cassa comune di un milione di dollari, e non mi dite che non vi tornano i conti, perché capirete che gestire un casinò ha dei costi, c’è del personale da mantenere… Voilà, uno almeno sarà ricco (oltre al direttore).

 

La quantità e variante di giochi è andata nel corso degli anni aumentando, si è passati dal poker nei saloon dove o perdevi i soldi o la pelle, alla roulette alla quale seguì la variante Russa, ai dadi, a…, chi più ne ha…, fino alle slot machine, e qua viene il bello. Questa macchinetta infernale che tu tiri solo una leva sulla destra, tre nastri girano e ti danno delle figure di frutti, dobloni e altro in sequenza, possibile che la bestia ti paghi diverse volte la posta a seconda dell’importanza delle immagini che vedi. Solo culo, allo stato puro. Sta di fatto che tal macchinetta aveva il vantaggio di essere piccola, asportabile, e vivere delle proprie forze economiche, nel senso che il tale di turno per tentare la fortuna ci doveva mettere dentro un bel doblone pure lui, che fungeva da posta, per l’appunto.

 

L’aggeggio subì variazioni rapide e continue, evoluzioni direi, fino ad essere praticamente un modo per giocare da soli a poker, il tuo culo contro la matematica. Le caselle diventarono cinque, vennero aggiunti dei pulsanti sotto ogni casella utili a bloccare le immagini da tenere (che diventarono figure di carte francesi per l’appunto), quindi le carte da cambiare, e la leva, pure lei divenne un pulsante, con un altro potevi scegliere che cifra giocare essendo ormai tali slot talmente evolute da riconoscere anche i soldi di carta fino alle vecchie care cinquantamilalire. Il meccanismo perfetto mandò in fallimento svariate famiglie che invece volevano solo migliorarsi la vita, nacque la malattia del gioco, occorsero centri di recupero, furono necessarie leggi di parlamentari pagati dal popolo che regolassero la questione. Niente più soldi di carta e vincite devolute obbligatoriamente in biglietti consumazione utilizzabili solo nel locale dove la vincita è stata erogata, ossia, non è che ci puoi fare la spesa da portare ai tuoi figli visto che negli alimentari o supermercati le macchinette non ci stanno, ci puoi prendere praticamente solo alcool e tabacchi visto che hai giocato in un bar, una tabaccheria o una bisca. Peggio che mai, occorrevano nuove leggi. Arrivò l’Euro. Allora, si gioca solo con monete da cinquanta centesimi o un euro, si vince in soldi che è l’aggeggio stesso a sputare dalla sua pancia fino ad un massimo di cinquanta monete da uno o cento da mezzo o miste, sullo schermo non devono assolutamente comparire immagini riguardanti il poker, carte in primis (saranno sostituite da… chessò, palle da biliardo, grappoli d’uva, ciliegie, stemmi del dollaro, aridobloni), per deprimere il giocatore ci scriveranno che la partita da cinquanta centesimi ha una durata media di sette secondi. E questo è quanto ancora oggi. Se voi sapeste che in un’ora ci sono tremilaseicento secondi potreste pensare che non è cambiato un cazzo, tasche pesanti a parte, ma non sarò io a parlarvene. Una seppur irrisoria soluzione è stata quella di far mangiare ai mostri anche le monete da due euro, tasche più leggere e ventotto secondi di gioco con una sola moneta. Yeah!!!

 

Il nostro Sandrino di queste macchinette vi dicevo ne aveva tre, poi due, poi tre ancora una volta, ma la gente ci giocava sempre meno, fosse che fosse che aveva capito, o fosse solo che tutti i discorsi del Nostro alla fine avevano funzionato. Lui lo diceva a tutti, che se ci doveva guadagnare qualcosa il bar, qualcosa il gestore (che è colui che dà in uso i videopoker), e c’erano le tasse sul gioco da pagare, quanto vuoi che possa rimanere per l’ignaro perditore di turno? Del resto qualcuno vinceva sempre, ma se in una settimana ti giochi cento euro e ne vinci cinquanta ogni due, puoi veramente affermare di essere fortunato? Tu contro la matematica, questo è quanto, e lascia capire tutto.

Questi discorsi Sandrino li faceva a tutti, ma più che altro a chi cambiava più di dieci euro in monete da uno, perché dopo una giornata di lavoro perdere un decino in un gioco che ti fa passare un po’ di tempo senza pensieri ci può stare, come andare al cinema o fare un giro in moto o guardarsi lo sport alla tele, ma di più no, perché quello è accanimento e poi diventa malattia, e se cambi cinquanta euro e ne guadagni quarantacinque diventa fallimento, e se ti incazzi e te la prendi con un pezzo di ferro e legno e vetro con dentro un computer che sa che percentuale deve restituire in vincite allora è proprio pazzia conclamata, e che, se dopo una sfuriata di parolacce in un locale pubblico indirizzate all’oggetto, te ne esci pure con una serie di destro sinistro uppercut e diretto hai superato ogni limite e per calmarti devo sbalordirti io stesso, perché le mie parole non sapresti ascoltarle, devo essere plateale ed inequivocabile, come fingere di piangere davanti ad un bambino che piange davvero e di colpo lui smette, devo saltare di là dal bancone e farti notare che il parallelepipedo col quale ti stai incazzando è bello tosto e prima che ti fai male tu e mi fai chiudere il bar lo spacco io a mazzate e te vai a fare in culo in clinica, che la pazzia va curata nelle sedi opportune e non certamente in un bar col bancone d’alluminio consumato da gomiti di alcolisti in via Erasmo Gattamelata, zona prenestino.

 

(Tu-ti-te-to-tu-te-to-ta-ti-ti-tu……..TUUUUU……TUUUUU…… TUUUUU……TUUUUU)

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-Pronto, sì. Sono Sandrino, del bar al pren…

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-Sì io. Ecco volevo dirvi che…

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-Sì, esattamente, s’è rotta un’altra macchinetta. Sapete com’è, la mensola delle bottiglie là sopra…

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-Esattamente. Per prenderne una…

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-Ma io ci sto attento, il problema è che…

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-No, la gente, la fretta…

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-Va bene. La settimana prossima allora, sperando che nel frattempo non se ne rompa un’altra…

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-Scherzavo! Comunque semmai vi richiamo!…

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-Arrivederci a voi.

 

(Tu-Tu-Tu-Tu-Tu-Clack.)

 

BONNYE AND CLYDE 

Bonnye sì, lei abitava nella casa, ci stava poco perché era fidanzata con uno che c’aveva un appartamento al pigneto e rimaneva sempre fuori a dormire, continuava a pagare l’affitto della stanza nonostante non ci passasse più di una notte a settimana, diceva che sapere di avere una casa sua le permetteva per esempio di litigare con più tranquillità, che come discorso non è che denoti quozienti intellettivi elevati, ma tutto sommato non è da darle torto. Certo un ostello per una notte a settimana le sarebbe costato molto meno, ma è noto che i soldi hanno un valore infinitamente più basso quando non sono i tuoi. S’era pure capito a questo punto che una volta circa a settimana litigavano, lei e lui. Tant’è che la sera dopo che lei aveva dormito in casa, il tordo veniva a cena con le orecchie basse e un regalo che gli sbucava dalla tasca, e se la riportava via, ovviamente dopo averci esaltato con la sua istrionica demente simpatia.

Strano tipo quel Clyde, non è che fosse il suo vero nome, ma una che si chiama Bonnye e dice che è vero può averne solo uno come ragazzo. In ogni discorso puntava ad avere la meglio, trovava in se stesso o parenti o fantomatici amici qualcuno che aveva fatto di più, di peggio o di meno o… a seconda dell’occorrenza, così era lui sempre e comunque a dire l’ultima parola, a raccontare l’ultimo episodio, ad arrivare alla morale di una faccenda qualsiasi vantando un’esperienza sempre ai limiti del possibile. Non gli credeva mai nessuno, questo sì, ma non era quello l’importante.

Io e Sandrino slanciati nei nostri madai e noncipossocredere, stupefatti ai limiti dell’infantile, provocavamo le risate dei commensali e soddisfazione per lui, tremendamente inconsapevole, incosciente, bacato. Una situazione ideale per far bella figura, divertirsi ed evitare di dover malmenare quel cretino. La maggior parte delle storie che ci propinava erano inerenti alle sue scuole superiori, risalenti orientativamente a dieci anni prima, a quando andava al commerciale, con Bubo per quei pochi giorni che Bubo andò.

A quanto ne sappia io ciò che fanno realmente nella vita quei due, oltre trombare e litigare, ancora non l’ha capito nessuno. In tutta probabilità neanche questo è l’importante. Evidentemente per molta gente trovare una funzione di utilità sociale è superfluo, ci si deve accontentare che ci siano e basta, e diano un fastidio relativamente sopportabile. Per questo finisce su questa riga quanto voi saprete di quei due, perché l’importante era altro.

 

L’importante era che mentre noi stavamo a cazzeggiare a spasso col minimo delle responsabilità, chi scopando e litigando, chi facendo provini e ballando, chi leggendo messaggi su telefoni altrui, chi ascoltando campane, chi cercando colonne sonore, chi baciando, bevendo, fumando, mangiando e tutti i gerundi del mondo, tutto in divenire, nel tremendo gesto dell’accadere, solo uno, che c’era stato in questo un po’ maestro, stava usando l’ultimo gerundio della sua vita, poi tutto sarebbe stato passato, un’epoca sarebbe volata via con lui. Ugo stava morendo.

 

TEORIA QUATTRO

Poco importa che tu abbia deciso di non volerne sapere niente del dolore, della morte, delle malattie. Prima o poi senti bussare alla tua porta, guardi dallo spioncino e, nonostante tutto, nonostante fosse l’ultima cosa che faresti, apri, e guardi bene, ti  ci affacci dentro. Sai che piangerai e sarà terribile, ma non potrai farne a meno, sai che ti è spettata, sei stato scelto da quella dose di sofferenza e neanche ti viene in mente di far finta che in casa non ci sia nessuno, come per il postino con una raccomandata scomoda. La fai accomodare, si troverà un posto che da oggi in poi sarà il suo e basta, ed ogni volta che in casa tua, dico TUA, ti volterai da quella parte, incrocerai il suo sguardo, servirà a ricordarti che esiste, ogni santo giorno le passerai di fianco. Esiste. C’è, ed in questo momento è te che stava cercando, a domicilio. Esiste. Ed è del tutto irrilevante che tu sia un grande egoista, non c’è un’isola in nessun oceano dove la tua porta non sarebbe stata trovata. Ormai lo sai, e non serve voltarti da un’altra parte. Adesso sai che muoiono i bambini, per malattie o malvagità o disattenzioni, sai che la bontà è un concetto discutibile, ora che sai cominci a odiare i discorsi dei preti ai funerali. Sai che qualsiasi cosa tu abbia vicino oggi non è eterna. Sai che una casa ti può essere tolta, da uno strozzino, una banca, un terremoto o un’inondazione, una donna te la può rubare un amante o un semaforo rosso non rispettato, una cura sbagliata in ospedale o semplicemente il tempo. Siamo di passaggio. Tremendamente di passaggio da queste parti e nessuno sa verso cosa siamo diretti, e ci inventiamo dio, allah, buddha, chiamiamo qualcuno che in ogni caso non ha una voce per risponderci, pur di credere che non tutto finisca su questo breve segmento che si chiama vita rispetto alla linea retta che sappiamo esistere, che vediamo nello spazio, nel concetto di infinito. Condannati da tre dimensioni non possiamo che star male, prima o poi, s’intende. Ci sentiamo padroni del mondo e non lo siamo invece neanche del nostro corpo, che può dar di matto quando vuole, ammalarsi, invecchiare. L’unica certezza una volta che si è nati è che si morirà, eppure è bella la vita, nonostante c’è chi ci rinuncia.

Sì, bella che al di là di tutto vale la pena di viverla, tra le lacrime, nell’impossibilità di comandarla, perché così come dietro ogni angolo può succedere di incontrarci il male, a quello dopo ci può capitare di trovarci la gioia e la felicità, un figlio, una bella canzone, un buon lavoro, una macchina che va dove dici tu, l’amore. Speranza, ecco come si chiama il motore della vita, l’unica cosa che non ci viene mai negata è la speranza, fino all’ultima volta che chiudiamo gli occhi. E non è illusione, che poi diventa facilmente delusione. È speranza e basta. Chi farebbe il medico o il ricercatore se non esistesse la speranza, chi andrebbe a scavare tra le macerie di una catastrofe, chi giocherebbe al lotto. Chissà Ugo, allora, cosa stava sperando, un solo secondo prima di inalare l’ultimo ossigeno che la madre terra gli stava mettendo a disposizione, magari sperava di non essere dimenticato, e se è questo l’ha ottenuto. Vale per me, vale per tutti quelli che lo hanno conosciuto, ma quanto durerà? Quanto vivremo noi, se avrò un figlio e gli parlerò di Ugo, anzi del Signor Ugo, sarà con lui che morirà di nuovo? Ma se lo scrivessi, o lo scrivesse qualcuno di autorevole, che mi pare meglio, se diventasse storia da studiare tra i banchi di scuola, Napoleone, Gesù, Mozart, se diventasse personaggio, allora sì che non sarebbe mai morto…

 

A questo circa stava pensando Sandrino quando dalla radio di quel bar brutto e vecchio di via Erasmo Gattamelata, angolo via Filippo Scolari, partirono le note di The End dei Doors. Pensò alle premonizioni, alla musica che ti parla come in quel libro che gli era piaciuto tanto, di quello là che gli suggerivano tutto i Radiohead. Perché proprio The End, si chiese, e perché ora. Pensò che forse qualcosa stava veramente cambiando, che forse il miracolo stava avvenendo, la colonna sonora spontanea. Pensò, poi, che fosse tutto finito, che non c’era da farsi illusioni e suggestioni su futuri post mortem, pensò poi al suo amico, my only friend, a tutti i progetti, our elaborated plan, la fine, I never look into your eyes again, e glielo stava suggerendo Jim, che era bello che andato da tempo, chi più di lui poteva sapere, però era una contraddizione, ma non ebbe tempo di completare questa considerazione perché gli venne in mente un’immagine terribile.

Pensò, PROPRIO in quel momento, SOLO in quel momento e non in nessun altro della sua vita, che non m’avrebbe più rivisto, che era cominciato un secondo giro del mondo e chissà da quale parte eravamo andati tutt’e due, ma si guardò intorno, e lui stava ancora là, allora ero io. Io che stavo morendo o scappando o chissà cos’altro, che al momento lo sapevano solo il sottoscritto e Morrison. Una lacrima scese sulla sua guancia barbuta per fermarsi all’angolo di quel taglio cesareo che aveva al posto della bocca, che subito dopo divenne un sorriso, poi si aprì in una risata grassa e rumorosa che non riuscì a fermare, si accovacciò tenendosi la pancia, lacrime a quattro a quattro uscivano da quegli occhi strizzati, parole a metà strozzate da singhiozzi mentre cercava di spiegare a me, in piedi davanti alla porta del bar, per quale cazzo di motivo rideva così tanto.

Quella volta, e per ora solo quella, (escluso l’episodio col tizio dell’autolavaggio) Sandrino aveva sbagliato, non era affatto la fine.

 

REQUIEM

Mi mettono di una tristezza i funerali (ma guarda un po’), tutte quelle facce serie, tutti a non saper cosa dire, nessuno che c’ha mai insegnato qual è la formula magica per le condoglianze e tutti che le sussurrano all’orecchio, così che non c’hai neanche modo di rubarne una da uno che è arrivato a svelare il segreto e rivendertela magari al funerale dopo. A meno che l’orecchio nel quale le fanno non sia il tuo… Poi spesso non è che ci sia troppa gente e questo è il punto più triste, un povero cristo campa una vita intera e tanto più è stata lunga tanta meno sarà la gente che verrà a salutarlo, molti che sono morti prima, parenti che hanno cambiato città e col traffico di oggi non se la sentono di affrontare un viaggio di trenta chilometri per presenziare alla dipartita del bisnonno, pronipoti che sapevano di un mezzo parente in una casa di cura, ma, dopo opportune indagini, scoperto che ha intestato tutti i suoi averi a talaltro dei nipoti, segnano la cerimonia in agenda alla data sbagliata o si vendono per moribondo un parente della coniuge di grado ben più vicino, eppoi che ci vuoi fare, novantatre anni e viverli così ci metterei la firma, e poi non ha sofferto che s’è addormentato e non ha più riaperto gli occhi, rilassato. Mi pare assurdo che uno per meritarsi un po’ di rispetto debba essere o un capo di stato, un emblema, o morire di tribolamenti e dolori ad un’età non superiore ai quarantanove anni, che già quando ci vedi il cinque all’inizio della cifra fa meno effetto, a meno che non si tratti di te. (Ho ricordi dei miei genitori e delle loro osservazioni davanti ai manifesti funebri. Quando avevano trent’anni li sentivo dire che era giovane anche un defunto sui quaranta o poco più, col crescere della loro età questa soglia s’è decisamente alzata, credo che ora restino turbati anche alla morte di uno di sessantanove anni. Settanta è un’altra storia. In ogni caso.

Insomma, o sei Ghandi, Mastroianni, Berlinguer, Pertini, oppure ti tocca di morire in una strage, sul posto di lavoro, di tumore a venticinque anni, assassinato da un serial killer, solo per essere certo di avere un buon successo di pubblico allo spettacolo del tuo funerale.

 

Io ne avevo visti di eccellenti, uno su tutti Mirko, incidente in moto a sedici anni, scoprii la gioia di essere in così tanti a vivere quel dolore immenso, un modo per dividersi un po’ il peso di quell’assenza che da quel giorno sarebbe stata una zavorra per tutti i presenti, capii allora l’importanza del pubblico agli estremi saluti, è per noi stessi, non per chi non vede, per farsi coraggio e trovare un ricordo che faccia sorridere al centro della valle di lacrime del sagrato. Era della mia classe, secondo superiore appena finito e una moto come regalo per la promozione. Abbracciamoci tutti.

Alberto Sordi, grande, non potevo non andare, saremo stati duecentomila fuori la chiesa di San Giovanni in Laterano, cento taxi ad onorare le sue parti nei film, cento vigili urbani, cento clacson e cento fischietti a salutare insieme il passaggio della bara e noi duecentomila in ascolto, applaudendo.

Abbracciamoci tutti.

Ma cerchiamo di abbandonare le eccezioni, da mio nonno, morto a settantasei anni dopo venti che non usciva di casa perché malato di stanchezza, così diceva (ma mia nonna diceva semplicemente pigro) saremo stati in settanta e almeno la metà non l’avevano mai conosciuto ma erano venuti per forma di rispetto a me o altri parenti. E questa è la regola.

 

I funerali sono un po’ tutti uguali, una passeggiata in silenzioso pseudo-rispetto da una casa ad un ospedale ad una chiesa ad un cimitero, intervallati da un elogio alla vita irreprensibile, votata all’altruismo e degna di nota e mirabili complimenti a suffragio. Pensavamo a quel punto io e Sandrino che mai a un funerale avevamo sentito parlare di qualcuno che picchiava i figli, violentava la moglie, andava a puttane, rubava al lavoro, o magari tutto questo insieme, che un po’ corrisponde a un quadro reale. Mai ad un prete (per quanto non è che fossimo habituè, ma qualche funzione c’era pure toccata) avevamo sentito dire “In tutta evidenza questo qua si farà qualche annetto di purgatorio prima di andare dal nostro signore ad aspettare il suo momento di resurrezione”, peggio che mai sentir parlare dell’inferno.

Allora, o di questi non ne muoiono, e stanno tutta l’eternità a commettere i loro soprusi, magari cambiando di tanto in tanto identità e residenza, oppure i discorsi per i funerali si possono forse scegliere come si fa con la bara, il marmo della lapide e i caratteri dell’epigrafe, e magari c’è un listino, un tot da versare a complimento postumo ricevuto. Preferimmo al momento rimanere nel dubbio.

Ugo l’aveva scelto decisamente diverso il suo congedo. Niente chiesa, niente orazioni, niente applausi a coronare i discorsi, niente cortei ammazza traffico, niente letture dei parenti, niente segni della croce di cittadini mai visti e conosciuti solo perché stavano assistendo al passaggio del corteo, niente toccamenti di palle di ragazzini stupidi per il medesimo motivo, niente corone e cuscini di fiori dalle quali poi i fiorai si vanno a riprendere in momenti più tranquilli i telai e le fasce, che Gli amici, Le sorelle, I figli, Le nuore, I colleghi sono del resto dediche abbastanza universali. Coerenza. Perché a pentirsi il giorno prima di morire sono buoni tutti, e nel dubbio dire che tutto sommato a dio ci si può credere, non sia mai fosse vero, sai com’è, una vita intera a far quello che ti pare, a giocare a schiaccia sette coi peccati mortali, a bestemmiare per salutare il nuovo giorno al risveglio, poi con un’estrema unzione ti dai una bella ripulita all’anima ed eccoti pronto per un paradiso al quale non hai mai creduto, ma non si può mai dire. Come col gatto nero che t’attraversa la strada, non ci credi ma preferisci far passare prima un altro o tiri una moneta, che ai tempi della lira si poteva pure fare, ma con l’euro, non sia mai sbagli hai buttato la tua dose quotidiana di sigarette… Come quando dici una parola proprio insieme ad un’altra persona, nello stesso tempo e, non ci credi, ma ti tocchi il naso, non sia mai non dovessi sposarti, e che ti tocchi invece davanti al carro funebre vuoto? Non è che ci credi, ma… E allora ti costa poco quando senti il momento che s’avvicina, andarti a confessare, lasciare il prete inorridito e tornare in libertà con una cauzione di un rosario delle sei e tre candele da venti centesimi. Così è solo la coerenza a morire ben prima di te. Ugo no. Sarebbe stato sepolto con la sua coerenza.

 

Eravamo in tanti, anche troppi per quella sala, e questo avrei voluto che lo vedesse. Avrei voluto tra i tanti cappelli, cappotti, pastrani, sciarpe, occhialoni da sole, riconoscere i suoi, e capire senza dir niente a nessuno che era venuto a controllare che tutto si svolgesse come stabilito. L’avrei voluto là, in carne ed ossa a prendersi quell’abbraccio. Del resto se avesse saputo l’ora della sua morte sono convinto che avrebbe organizzato il suo funerale un’ora prima e se ne sarebbe andato in diretta, perché l’arte è arte. Ma basta divagare.

Noi eravamo là, dicevo, c’eravamo proprio tutti, al funerale, in galleria, ad aumentare la quantità di occhiali da sole a coprire occhi lucidi e mani sulle spalle. C’erano tutte le abitanti di tutte le case del peccato che possedeva il buon Ugo, poi i proprietari di tutti i bar e ristoranti ed enoteche che frequentava, nonché la clientela abituale dei suddetti, insomma, chiunque avesse scambiato qualche parola con lui non poté astenersi dal presenziare. C’era addirittura Bubo, perché tutte le mattine quando Ugo passava sotto il suo balcone alzava gli occhi e lo salutava, a volte con un gesto della mano, a volte con un sonoro buongiorno o un commento volante sul tempo. Se succedeva che piovesse Bubo sarebbe stato affacciato con la tenda scostata da dietro la portafinestra, ed Ugo avrebbe piegato un po’ di lato l’ombrello, si sarebbe leggermente bagnato il soprabito e la lente sinistra degli occhiali (venendo lui dalla cartoleria verso il bar) e un po’ la barba incolta, ma non avrebbe per nessun motivo dimenticato un sorriso da rivolgere a quell’ombra dietro al vetro, nonostante egli non avesse mai ricevuto un cenno di risposta. Eccola qua la risposta, Bubo a fare giochi d’ombre con le mani nel fascio luminoso del proiettore,  come un soffio, una carezza senza peso sull’urna di un amico.

C’era Marco, il meccanico di via Scolari, il marito di Teresa, sì. Aveva in cura il motorino col quale il signor Ugo rischiava la pelle per tornare a casa dopo le sue e/o nostre serate allegre, e si sa che un meccanico è un confidente per un uomo, come il parrucchiere per le donne, così nelle varie e frequenti riparazioni avevano avuto modo di parlarsi e di conoscersi ed ogni volta Marco tornava a casa con un cioccolatino, una caramella o una lecca-lecca per Luca:

 

-Te la manda il signor Ugo, un giorno papà te lo fa conoscere.

Macché.

Teresa non s’arrabbiava più tanto da quando Marco aveva deciso di dar retta ad Ugo su comportamenti da tralasciare o adottare in merito alla loro vita coniugale. S’era accorto che da quando ai lamenti di lei egli rispondeva con comprensività e disponibilità, con solidarietà anziché la solita lotta a chi era più stanco, a chi lavorava di più, a chi spendeva di meno, le cose andavano molto meglio. Le lamentele erano sempre meno e sempre più rare e quando lui tornava lei aveva preso l’abitudine di farsi raccontare la sua giornata prima di sputargli addosso tutta la sua, che ora faceva con disponibilità e rispondendo ad una esplicita richiesta. Grazie ad Ugo avevano trovato la strada per essersi necessari l’un l’altro in senso positivo e stavano pensando già da qualche tempo di allargare la famiglia, magari con una femminuccia, ma fa lo stesso basta che siano sani e liberi.

Pensando a tutto ciò, mentre andava verso la galleria Marco valutò che forse era tornato ad amare sua moglie, provò e riprovò nella solitudine della sua macchina a dire ti amo, ma non gli veniva bene, in mente ce l’aveva, ma quando apriva la bocca non riusciva a dire quelle cinque lettere senza mangiarsene una, storpiarne l’attacco o il finale. Se poi ci riuscì a casa quella sera, davanti a testimoni, magari facendo l’amore senza alcuna precauzione, questo non ci è dato di saperlo. Sappiamo però che tutte le sere sarebbe passato al bar latteria di via Erasmo Gattamelata a comprare una caramella ed un cioccolatino da portare a casa.

Malory era tornata da Viterbo appositamente per il funerale, che l’anno accademico era bello che chiuso, e pure male a dirla giusta, e la casa l’aveva lasciata già da parecchio tempo. Fabiola, Rosemary e Bonnye erano arrivate insieme, nel frastuono biturbo della Beba smarmittata e in putrefazione. Clyde sarebbe certamente arrivato tardi e m’avrebbe fatto i complimenti per la musica che non aveva sentito,

e magari m’avrebbe sfoderato un suo amico che l’aveva suonata al funerale del figlio del papa, ma stavolta l’avrei picchiato.

Giulia stava da sola, in disparte, perché è così che spesso ci va di stare ai funerali, e nessuno andò a turbare il suo dolore, solo alla fine mi venne incontro e mi diede la mano, ma in modo strano, un modo che avevo dimenticato, senza incrociare le mie dita con le sue, ma infilando il suo palmo nel mio, raggiungendo la presa da dietro, la sua mano sinistra nella mia destra, come una bambina che dovesse attraversare la strada e va a cercare la sicurezza da un genitore. Ceniamo tutti insieme? propose.

Silvia aveva passato tutto il tempo a spiegare alla figlia perché il signor Ugo era così piccolo che lo potevano portare tutti in braccio anzichè in sei persone dentro ad una cassa di mogano e zinco o chessò. Non l’avrebbe portata, ma non aveva trovato nessuno disposto a farle da baby sitter, il che avrebbe implicato la rinuncia all’estremo saluto ad Ugo, e poi tutto sommato verso i dieci anni è giusto che si abbiano i primi contatti con la vita vera e si cominci a rinunciare a babbo natale e la befana.

Tra la massa di persone ondeggianti, fluttuanti tra l’interno e l’esterno della galleria come grosse formiche al ralenty, che per rispetto altrui, per fare spazio, per il caldo, per soffrire in pace si muovevano senza sosta, distinsi la figura di LauraPì. Andai a salutarla e lei sembrò stupita della mia presenza quanto io della sua. Ci conoscevamo da tempo, da qualche anno già, era stata perugina la nostra scenografia, e mai mi sarei aspettato di trovarla qui. Avremmo avuto tempo di raccontarci, fu una promessa. Ceni con noi? Why not!

 

Un locale a San Lorenzo avrebbe fatto al caso nostro. Caldo, sporco, economico. Del resto ora che Ugo non c’era più, di champagne non ne avremmo sentito parlare per un bel pezzo.

 

ALLA CENA

Eravamo stanchi. Tutti tremendamente stanchi del dolore, dell’ipocrisia, stavamo vedendo sparire un pezzo di noi che era il nostro io bambino. E come di colpo ci sentimmo anche stanchi di quelle vite allo sbando, delle tre ore di sonno se ti dice bene, delle paranoie da giorno dopo, dei pentimenti alcolici, dei letti degli altri. Lo si leggeva nei nostri occhi, guardandoci intorno. Stavamo tutti pensando di cambiare e qualcuno lo avrebbe pure fatto da lì a poco. Io avrei aspettato almeno un altro giorno, poi avrei discusso seriamente a tavolino con me stesso la situazione.

Dove eravamo intenzionati ad arrivare? Era il momento di chiederselo. Al di là di ciò e menù vegetariani a parte quella sera, alla cena, non successe assolutamente niente.

 

LAURA Pì

(in un tempo piccolo)

La cosa più importante è studiarsi alla lettera il bando, capire esattamente cosa richiede e trasferirlo preciso sputato sul progetto per il finanziamento o sovvenzionamento che sia.

 

Mi disse esattamente questo quando le chiesi di che cosa, alla fine, si occupasse nel suo lavoro a Roma, a serata inoltrata, nel dopo-dopo-dopocena, con me sul suo letto e lei seduta sul davanzale della finestra della sua stanza menocheammobiliata da partenza repentina al Ponte Lungo.

Mi fu tutto più chiaro, ma non ce la vedevo proprio, infatti da lì ad una settimana avrebbe cambiato ancora. E le riuscivano tutti bene, anzi, meglio le riuscivano meno resisteva. Evidentemente è sempre stata terrorizzata da un’idea di costrizione ed abitudine, ma mica solo nel lavoro, in tutto ciò che faceva e fa, uomini compresi, io compreso.

Ci vedevamo ad intervalli lontanissimi dall’essere regolari, magari tre giorni in una settimana poi direttamente l’anno dopo. Normalmente la ricomparsa era preavvisata da un messaggio, mai mio, un “che dici ce la faremo a rincontrarci?” seguito perennemente da una mia richiesta di appuntamento, volere è potere. Cena per raccontarsi, riempire i vuoti di memoria con particolari omessi in precedenza, senza mai chiedersi perché in fondo quel nostro santo nulla non s’era mai trasformato in una storia, domanda da risposta troppo ovvia, poi a dormire insieme verso l’ennesima mattina di congedo.

LauraPì, a pensarci ora quello che mi viene in mente, in pieno straperiodo d’assenza, come sentimento intendo, è… mica facile da scrivere… ecco, trovato. Più di tutto come sensazione ricordo quel lieve languore, quella piccola nostalgia che si prova, quando lei si volta e se ne va, da dove l’hai accompagnata o da dove t’ha portato, e quasi sempre è una stazione, quei saluti che possono essere tutti un addio e tu lo sai, che a lei non pesano affatto, e ormai sai che non fa tre metri poi si volta, e nemmeno dopo dieci, ad un centimetro dall’ultimo bacio è andata via, è inutile aspettare che il treno parta,

che un portone si chiuda, che la macchina avvii il motore, niente, bacio e sparisce, e ti sembra una persona che non hai mai conosciuto, non hai idea di come dovrai salutarla la prossima volta che la vedrai, semmai ti dovesse capitare accidentalmente. Non sai, anzi sei quasi sicuro che non t’arriverà un altro messaggio, e forse un giorno prenderai il telefono in mano tu, ti farai coraggio e… e… e quel numero sarà inesistente. Ecco, questo pensi mentre lei se ne va, sempre con una borsa da viaggio, spesso un trolley, perché sta ricominciando a metterci strada in mezzo. Ecco. LauraPì ci deve mettere la strada. Allontanarsi da una situazione, da un lavoro, da una persona per lei è metterci asfalto, rotaie, chilometri in ogni caso, e mica per fare un viaggio poi torna, trasferimento, nuova vita, mesi a Londra, mesi a Perugia, mesi a Roma, mesi in America, mesi a Milano, traslochi ogni volta più faticosi perché il minimo indispensabile diventa sempre un po’ di più della volta prima.

 

– La conosci quella canzone di Califano che hanno cantato pure i Tiromancino?

– Bah, come si intitola?

– In un tempo piccolo mi pare…

– Ah, ho capito, Un tempo piccolo, però. Sì, bella, perché?

– Niente, mi fa pensare un po’ alle nostre due vite così distanti e simili… e… dimmi invece, quando ripartirai?

Una settimana.

– Per?

– Milano. Quando ci svegliamo se ti va mi dai una mano con gli scatoloni.

– Buona variante.

– Ma dimmi almeno… …perché non ti va di fare l’amore…

– Perché ti voglio cantare quella canzone…

 

Diventai grande in un tempo piccolo

Mi buttai dal letto per sentirmi libero

Vestendomi in fretta per non  fare caso

A tutto quello che avrei lasciato

Scesi per la strada e mi mischiai al traffico

Dipinsi l’anima su te anonima

E mescolai la vodka con acqua tonica

Poi pranzai tardi all’ora della cena

Mi rivolsi al libro come a una persona

Guardai le tele con aria ironica

E mi giocai i ricordi provando il rischio

Poi di rinascere sotto le stelle

Ma non scordai di certo un amore folle

In un tempo piccolo

 

 

– E per chi sarebbe quest’amore folle?

– E’ semplicemente quello che ognuno dovrebbe avere per se stesso.

 

LauraPì non te lo fa un complimento, non l’aspettare, o sai trovarlo di tuo tra le sue parole (e se ce la fai non chiedere spiegazioni o fare lo spiritoso con rituali tipo –devo prenderlo come un complimento?-) o sei fregato, condannato a sentirti sempre in svantaggio. A me uno lo fece, quando le chiesi con un messaggio semplice, chiaro, lineare, in risposta al suo solito, quando le chiesi –cosa fai stasera?, a me lo fece, giuro, rispose –Niente che non possa rimandare. Questo per essere chiari su quanto è semplice la comunicazione se non ci si perde tra troppe parole e significati e domande e ci si accontenta di indizi. Che del resto in America sulle prove indiziali ti possono pure fare l’iniezione letale. Ricominciamo.

 

Conosceva Ugo. Perché? Perché tra tutta la strada che c’aveva messo c’erano degli studi a Perugia sovvenzionati con un lavoro da Mojitera in un locale del centro frequentato abitualmente dal Nostro soprattutto nel periodo dell’Umbria Jazz. Poi erano rimasti in contatto, fino a ritrovarsi nel suo ultimo non breve soggiorno romano. Semplice. Sarà retorico, ma poi vai a dire che il mondo non è piccolo.

 

ISTINTI DI CONVERSAZIONE

-Silvia! Ma che sorpresa!

-Chissà perché quando si parla di “sorpresa” si è abituati a dare a questa parola un’accezione positiva, sarà una reminiscenza storica derivante dall’ovetto kinder. Io di mio l’ho vissuta sempre non troppo bene. Se c’è qualcosa che mi ha sorpreso spesso sono stati dei comportamenti che non m’aspettavo, dei gesti, eventi straordinari insomma, che pure “straordinario” è comune usarlo in senso positivo. Ma l’edizione straordinaria del tg non è quella che ti avvisa che un paio di torri di Manhattan non esistono più da una decina di minuti, o che Falcone è saltato per aria con una trentina di metri d’autostrada o che Jean Paul deux è passato a miglior vita? Decisamente straordinario, ed è molto probabile che per tutti (escluso Bin Laden nel primo esempio, Brusca nel secondo e Navarro Valz nel terzo) queste notizie siano state sorprese.

Allora che cos’è sorprendente, dov’è scritto che essere fuori dall’ordinario sia positivo.

Due minuti fa per esempio ho assistito a qualcosa di sorprendente e straordinario, pensa, un tizio che s’era piazzato qua al tabacchi a fianco, fingeva di giocare una schedina e intanto si segnava il numero di telefono di una che stava facendo una ricarica, che dire, idea straordinaria. Allora per vedere se gli interessavo ho pensato di fare una ricarica anch’io ed in effetti lui lì che scriveva, a quel punto ho pensato a quella massima di Ugo, sulla questione che per far lavorare bene un cervello occorre molto sangue, come del resto ne occorre molto per far lavorare il pisello, va da se che per voi uomini, data la quantità totale di sangue a disposizione, è impossibile far lavorare tutti e due contemporaneamente.

-Sai che mi danno fastidio le generalizzazioni…aspetta, m’è arrivato un messaggio.

-Sarà la ricarica, non te l’ho detto, l’ho fatta a te, mica potevo dare il mio numero ad un maniaco sessuale. Mi devi cinque euro.

-Grazie.

-Che mi racconti? E’ un bel po’ che non ci si vede!

-Che vuoi che ti racconti, le solite cose, le solite ingiustizie quotidiane, la solita musica, il solito bar, il solito Sandrino, il solito io. Tutto ebbe inizio dalla morte della madre di Bambi, la prima delusione della mia vita, fino ai bar che neanche al quinto aperitivo ti offrono uno spogliarello, niente che funzioni come dovrebbe, il nuovo modo di esportare democrazia poi, quello è formidabile, questi americani. Visto al pigneto che è successo? Ti barrichi sul tuo terrazzo e ti metti a sparare sulla folla. Esporti democrazia. Dai fuoco ai tuoi vicini di casa perché il figlio piange troppo. Mi puzza un po’ di “punirne uno per educarli tutti”. Siamo messi proprio male, tanto male che è inutile pensarci altrimenti tanto vale andarsene sul terrazzo col fucile, che questa terra di democrazia ne ha un bisogno matto. Inutile pensarci, perché pensare è come non pensare, l’ha detto Kerouack, mica io, io mi sono solo fidato. Non pensiamoci, prendiamo qualcosa. Un aperitivo? Offre la casa…

-La mia o la tua?

-Beh, la tua è decisamente più vicina…

 

Non è che poi le cose cambino mai drasticamente, non è che gli istinti siano poi così domabili, non sono gli avvenimenti a stravolgere la nostra natura. Forse è più vero il contrario. Puoi stare fidanzato anche sette anni, cambiare e farti cambiare dal tuo rapporto, poi lasciarti e tornare di colpo la bestia che eri prima, quella che credevi impossibile che risorgesse dalle tue ceneri, così fu per me e per molti dei miei conoscenti, compresa l’esatta approssimazione dei sette anni, e se esatta approssimazione vi suona male pazienza, perché la bestia vive d’istinto, i rimorsi e i pensieri gli durano il tempo di una dormita. Quando si sveglia sa benissimo tutto ciò che è accaduto, sa se un predatore s’è portato via la moglie, s’è mangiato i figli, se il più forte del branco l’ha cacciato dal suo territorio. Lui deve comunque continuare a vivere, starà un po’ più attento alle insidie della foresta e forse un giorno tornerà a riprendersi ciò che era suo, o almeno vorrà tenersi questa convinzione fin quando una mattina, dopo tante dormite, s’accorgerà che non gliene fotte proprio più un cazzo di andarsi a riprendere qualcosa al quale s’è disabituato. Bestie.

Da brava bestia andai a casa di Silvia, dimenticando tutti i buoni propositi post funerale di Ugo, la rinuncia a Laurapì, le smanie di cambiamento e tutto quanto, solo riflettendo sul fatto di avere decisamente poco sangue per poterne investire una parte in un ragionamento sensato.

 

CONSIDERAZIONI FINALI

Strane le donne innamorate, quando lo sono e fingono di non saperlo, strane se si fingono innamorate e sanno di non esserlo, e vanno cercando giustificazioni a comportamenti ingiusti trasferendo la loro vera colpa a chi gli sta accanto, tu non m’ami più, ma dai!… pensavo la stessa cosa di te, ma l’hai detta prima e m’hai fregato, classico. Strane le donne quando fingono di non essere strane, quando si negano di aspettare una telefonata, quando cercano di darsela a bere e alla fine pare proprio che ci riescano, si autoconvincono e lo stronzo sei te che proprio non ci capisci niente e ma chi me lo fa fare di stare a perdere tempo a spiegarti tanto quando sei convinto e non ammetti di sbagliare, e tu finisce che ti senti un’altra volta in colpa. Strane, sì, ma quanto sono belle.

Belle che possiamo prometterci tutto quello che vuoi, che non ci fideremo mai più, che tolta la propria madre sono tutte uguali, che d’innamorarsi non vogliamo sentirne parlare, che le canzoni d’amore ci fanno vomitare, che mai più spenderemo i soldi in un cinema per una commedia all’inglese tutta humour e baci, che dio dovrà farci seccare le palle se ci rivede a comprare un mazzo di fiori, ma belle che poi ci innamoriamo di continuo, anche più volte al giorno e spesso pure della stessa. E dopo due giorni stiamo dal fioraio, dopo aver comprato cose inutili in negozi dove lavora qualcuna che amiamo, dopo aver preso mille caffé in tre ore perché c’è una banchista del bar che amiamo, dopo aver comprato libri di saggistica che non leggeremo mai perché la dipendente del reparto la amiamo. Ma tutto ciò in quel modo semplice e splendido ed istintivo che non fa mai male escluso dopo che ci vai a cena e paghi te e poi si fanno accompagnare a casa e ci fai la pomiciata delle medie per tre ore e venti sotto al portone col cazzo che ti esplode nei jeans e non te la danno, e tu pensi che non c’è niente di male, e la sera dopo ripaghi la cena e lei allora per gratitudine viene pure a casa tua a prendere un gambrinus che appena hai saputo che le piaceva hai girato mezzo mondo per trovarlo e pensi che è fatta e invece c’ha il ciclo e a te salta la passeggiata turistica nella valle dell’eden, ma coglionamente (complemento di modo) attendi la fine del ciclo e aridanghete a cena, tu con la crisi del ’29 nel portafogli e lei a ordinare ostriche.

In questo preciso istante tu smetti di amarla, lei stasera te la vuole dare, ma tu serio, le dici che forse è giusto mettere in chiaro che non te la senti di impegnarti in una storia importante, anche se provi un grande interesse che però devi approfondire. Al tempo stesso le spieghi che hai amicizie alle quali non puoi rinunciare e che i tuoi tempi sono molto limitati quindi se vuole ci si può vedere ogni tanto da te per fare due chiacchiere, o forse è meglio di no, se poi neanche te la da, ma le dai la possibilità di finirsi comunque il gambrinus o anche portarselo via perché per te è un liquoretto di merda da femmine. Ah dimenticavo, stasera paghi tu. Addio.

E per non correre questo rischio tremendo anche oggi ho deciso di starmene chiuso in casa.

 

Solo. Con un whisky commerciale e neanche single malt, e le mie sigarette a incenerire un ciccatore residuato di viaggi nord africani. Su un tavolo coperto di promesse ed intenti rappresentati da fogli vari e biglietti da visita ed una ordinata ma non troppo pila di ex quotidiani messi da parte per non ricordo che notizia o possibilità, un portaportese che si saranno già venduti tutto da un paio di mesi, che tra l’altro m’è capitato pure, per dirla tutta su portaportese, di chiamare il giorno stesso dell’uscita in edicola e sentirmi dire che avevano venduto questo o quello da mesi.

Insomma la pace, chiamiamola così, la pace e la fiducia in me stesso che chissà dove sono andato a ritrovarla dopo ruzzoloni rovinosi e ripetizioni persistenti di errori. La pace senza un nome di donna, ché di questi tempi non riesco mai ad innamorarmi prima dell’una di notte tra l’altro, il che limita molto la categoria femminile d’appartenenza.

Evitare il bar, questo è stato un buon inizio. Non riuscito dal punto di vista alcolico. Evitare il bar di lunedì mattina. Parlano di calcio. Evitare il bar tutte le mattine. Parlano comunque di calcio. L’amore è come una clessidra, riempie il cuore e svuota il cervello, dicono alla tv. Hanno ragione. Evitare i bar vicini alle banche fino a chiusura uffici. Parlano solo di lavoro soldi e investimenti. Il mutuo è un buon investimento, se non lo paghi tu. Uscire tardi.

Silvia voleva che risolvessi i suoi sbagli, neanche piccoli, un figlio ed ambizioni riposte nei meandri della memoria. Evitare Silvia. Rosemary aveva ed ha ancora, ne sono certo, un cattivissimo rapporto con lo sperma. Evitare Rosemary. Sorso (di whisky). Il telefono è proprio un diavolo tentatore, te lo vedi lì sul tavolo e ti prende la voglia di sfogliare la rubrica, alla ricerca di un nome col quale hai ingiustamente perso i contatti, o di andarti a rileggere tutti i messaggi arrivati e ri-rispondere a qualcuno facendo mediamente plateali figure da rosicone o peggio facendo scaturire osservazioni tipo –mo’ questo che vuole- e lasciando ben capire che sei in un momento di solitudine e sconforto e ti va bene pure lui/lei per una chiacchiera o qualsiasi cosa ti trascini fuori casa (in merito mi viene in mente l’agendina di Verdone in Un sacco bello). Non guardare neanche il telefono, per cortesia. Evitare di sentirsi solo, altrimenti sapendo come sei fatto ci ripensi ed esci. Ma nel caso… Evitare di innamorarsi prima delle due, questo sarà l’obiettivo della prossima settimana, poi miglioreremo. La tv con quella chicca m’ha dato il massimo per questa giornata. Evitare la tv, ché non si è sempre così fortunati del resto. Ora che ci penso, non è che Ugo l’ha scopiazzata la sua massima, questa in effetti è concettualmente simile. Mah, fa lo stesso. Solo, ma non mi sento solo, e nessuno mi verrà a trovare perché già è raro che lo facciano ad invito, figuriamoci senza. Io ed il mio nuovo notebook ed una storia in mente che mi piacerebbe raccontare avendo come sottofondo la musica giusta, ma mica una storia di quelle col lieto fine e compagnia bella, troppo facile costruirsi una vita come la si vuole. Facciamola proprio così com’è. Una storia di quelle che possono succedere a tutti, triste ma non troppo, una di quelle che poi domani ti svegli ed è tutto passato, perché sempre bestie siamo. Perché da un’albero di pesche non ci nasce una pera, come direbbe Sandrino. Perché una mela difficilmente cade lontana dall’albero, aggiungo io…

 

LA MELA (forse)

Quando Chiara scese sulla terra lasciò un buco, là, nel cielo, dove era stata fino a poco prima, in una dimensione irreale di tempo e spazio, in 22 anni che sembravano un soffio leggero di brezza su un lungomare tirrenico in un tramonto di quelli che non tutti i giorni ci è dato di vedere, anzi, uno di quelli che se sei fortunato e riesci ad essere al posto giusto al momento giusto ogni lustro puoi incrociarne uno, e magari associarlo ad un qualche avvenimento e portartelo dietro in un ricordo che sarà il tuo carburante o il tuo veleno.

Chiara esisteva e dio lo sapeva, ed adesso lo sapeva anche Pongo che dal suo angolo di terra sterile e puzzolente aveva riprovato un fremito strano, di quelli che sanno di vita e sangue e lacrime e gioia e sudore e terra ancora, ma fertile. Feconda terra di riva di fiume in attesa della distruttiva inondazione arrivante ad espiazione dei peccati a favore dell’iniziazione, dell’incipit emozionale, del bollettino meteorologico da disastro con effetto purificatore, della corte di cassazione della natura. Chiara e Pongo.

Il discorso è questo: bancone, birra doppio malto in boccale medio nelle mani di Pongo, gente intorno, ai tavoli, sparsi, amici, o amici di amici, o amici di amici di amici, che quando lo scopo è unico regna una specie sconosciuta alle scienze di conoscenza totale che porta subito prima dell’inebetimento globale alla fratellanza sgorgante come i sorsi da ogni minimo accenno di legame che possa verificarsi nella banda insulsa di frequentatori. Slang, porta che si apre, folata di vento che si porta via buona parte dei decibel di musica ed uno stop formidabile delle voci concomitante al primo passo dell’angelo che tutto farà tranne salvare, qualcuno aveva già notato, attraverso i vetri dell’ingresso, tacendo in via preventiva, forse qualcuno aveva visto il movimento e s’era girato apposta e qualcuno invece s’era solo ritrovato quella luce intorno all’ultimo secondo, subito prima del cigolio della molla della porta che sarebbe servito, rigettando questa indietro verso lo stato di inerzia iniziale, a ri-isolare quella massa informe che ora giaceva in posizioni tra il falsamente sveglio, il compiaciuto e l’eccitato per il pubblico maschile, ed il rosicante spinto per le donne presenti.

Quello che più contava era che Pongo aveva ricevuto il colpo. Da uno sguardo di traverso tra una cascata bionda di capelli che spingevano al fetish le menti dei più, soprattutto in quel momento identificabile con la mezzanotte della vera notte di Natale. Colpo che era arrivato come la ghigliottina a punire, come lo schiaffo dei padri ai testimoni ad ammonire, a dimostrare la giusta fine che si fa cercando di fottere questo mondo.

Dalle due parole che uscirono dalla bocca di Pongo alla prima occasione dialettica capitata ne scaturì un sorriso sulle di lei labbra che le tolse quell’aura di inavvicinabilità che invece aveva contraddistinto quell’ingresso trionfale di cui sopra, e segnò la fine definitiva dei giorni da libero del caro piccolo povero eroe da due soldi. Definitivamente immischiato in un compito che nulla aveva di facile ed altrettanto di realizzabile. Ma cominciò una seconda vita.

Lontani ormai freddi e piovosi giorni di gennaio. Da una gonna lunga tanto da lasciar intravedere con non eccessiva frequenza la punta e la fattura delle scarpe, di colori autunnali di natura riposante, o bianca con disegni marcati, o chissà come, Pongo andava nei giorni cercando di intravedere il suo futuro, intuendo i segni concreti delle mani del creatore su quel corpo ben presagibile nelle fatture superiori, valorizzato da abbigliamenti che invece denotavano se non miglioravano addirittura il lavoro di cesello nel quale l’onnipotente s’era cimentato. E venne il giorno chiarificatore dei jeans. Ogni curva occupava meravigliosamente la sua postazione con un memorabile senso della perfezione. L’aveva presa, quel giorno, con la sua mano destra per la sinistra, con un gesto ampio e leggero d’invito l’aveva fatta volteggiare non appena con le mani che si sfioravano, medio nel palmo di lei, era arrivato sopra le loro teste, l’aveva mirata ed ammirata, povero Pongo, e ne fu consapevole, s’era innamorato.

 

Jack stava sbracato da un bancone ad un altro e da un altro ad un letto, ed a volte era pure il suo. Due anni che viveva così, da quando Miss se l’era svignata in nome di una libertà che s’era trasformata tempo due mesi nel letto di un altro, comodo, spazioso, stabile, ben posizionato. Jack invece no, non era mai cambiato, mai voluto sembrare qualcosa di diverso da quello che si sentiva nel fegato, terribile, spaventoso a volte, il più delle volte, ma sincero. Se voleva bere lo faceva, se voleva parlare idem, ma semmai avesse voluto stare in silenzio per tre giorni di fila, mai avrebbe tollerato un’intromissione, né di Miss tantomeno di altri, tolto uno, Steely, quello sì, l’unico, avrebbe potuto rigirargli le voglie, ma ce ne sarebbe dietro da raccontare perché tutti voi possiate capire. Adesso s’era rincoglionito pure lui, il mito, s’era addormentato dietro al culo di una donna e non c’era stato verso di recuperarlo, buone e cattive non avevano tenuto testa all’incitrullimento ovarico che aveva subito. Praticamente morto, tecnicamente pure.

Jack c’aveva una faccia da cazzo che avrebbe levato di mano uno schiaffo pure a Gesù Cristo, e se c’era una cosa che nessuno si era mai spiegato era come mai riusciva, lo stronzo, a tornare sempre a casa senza beccarsi nemmeno un insulto. Magari ci sapeva fare, anzi sicuramente, con le donne, con gli uomini, ricchi, poveri, fascisti, comunisti, nessuno riusciva ad andargli contro una volta che lui avesse rivolto al soggetto la parola giusta. Mai una rissa, mai un oltraggio, mai un no, addirittura manco le guardie erano mai riuscite a fargli una multa, avendone sempre il pretesto. Bah.

Di Miss non gl’importava più niente, e forse non gli era mai importato, neanche quando stavano insieme e lui stava da paura e si facevano tutti i giorni la telefonata insommainsomma, quella che non c’hai niente da dire ma la fai lo stesso perché sta nell’obbligo del fidanzato, nonostante poi ci si vede tutte le sere e si scopa una ogni due. L’aveva dimenticata esattamente nell’attimo in cui lei aveva pronunciato le parole “ho bisogno di un po’ di tempo”. Neanche aveva detto “prenditelo”, stavolta aveva solo detto “certo, ci vuole, io pure ne volevo” che non era vero per niente. Ma aveva avuto l’effetto formidabile di farla piangere, e lui rideva, rideva.

Dopo due mesi il tempo s’era dimostrato sufficiente per far capire a lei che voleva stare con un altro, a lui che voleva stare da solo. Ma datosi che di scopare gli piaceva proprio tanto aveva preferito tenersi sul vago e trombasi tutte quelle che gli capitavano a tiro e poi approfittare del primo pretesto per rigirare la frittata e spiegare che causa questo e quello la storia non poteva nascere e che volendo avrebbero potuto tranquillamente vedersi con cadenza settimanale per dar sfogo alle loro voglie che tanto s’erano capite nella prova generale… E a questo giochetto c’aveva creduto pure Chiara, e c’era rimasta incastrata. Tant’è che settimanalmente c’era effettivamente una sera nella quale era irreperibile, spesso di martedì.

 

Chiara aveva 22 anni e se li portava bene, tanto che potevi dargliene pure 16 se non fosse che la vedevi arrivare con la macchina, e addirittura senza P di principiante, sempre che non ti sfuggisse uno sguardo ai suoi occhi, allora sì che ti saresti reso conto che era senza età, matura, consapevole, esperienza da trentenne nascosta in un corpo da bambina dispettosa. Due occhi furbi che se non li vedi non lo puoi capire.

Chiara Chiara Chiara, mica una di quelle da acqua naturale e profumo dolce da confetto di Dior, Chopard o qual’altro, né per conformità all’anticonformismo distillatrice in camera sua d’essenze profumate su lumini da fiera mensile dell’antiquariato più che moderno, giammai calzedoniamente sottovestita, benettoniamente sopra. Un tipo atipico, insomma. Non babbodotata di utilitaria di lusso ultimo tipo, bensì di un catorcio a carburatori che se ne possono contare dieci in tutta la provincia. Niente disco, niente chic, solo shock e balli greci solitari, rebetici dai passi dell’anima più lunghi di quelli del corpo, o danze latino-americane, afro-cubane, arabe e magnetici spostamenti di fianchi logisticamente molto ben sistemati, sull’esempio delle fertili ed audaci divinità greche. Ritmi ciechi da Ain’t no sunshine were she is gone. Chiara da palpitazioni da avvicinamento bocca verso bocca.

 

Pongo, 27 anni, sette dei quali appesi ad un chiodo alla parete destra dell’ingresso della casa di una ragazza, comoda, confortevole casa di pranzi domenicali con familiari e pastarelle e poi visite a centri commerciali a constatare prezzi di listino formidabilmente modificati da carte fedeltà. E natali a giocare a stoppa o poker e ponti ad aspettare l’assenza dei genitori di lei per vivere il sesso in modo diverso, altro che in macchina con fazzoletti umidificati e fretta e furia d’arrivare al sodo, ed il terrore delle macchie sui vestiti.

Pongo senza più fiducia, scappato da quella casa come un ladro, umiliato, costretto a sparire come l’assistente in un gioco di magia, senza capire il trucco. Pongo con un’inerzia nel vivere un rapporto con una donna che nulla era durato più di tre giorni da quella data in poi, quella dell’abbandono s’intende. Pongo come la cenere di un incendio spento, inutile.

Pongo che pure lui tirava a divertirsela, ma lo faceva più come un dispetto alla razza femminile, Pongo che diceva prima facciamo sesso e poi vediamo se può nascere qualcosa tra noi, poi scopriva che tutte erano già brave a farlo e nessuna sarebbe mai stata completamente sua, certo, tutte dicevano come te nessuno mai, ma quello fa parte del gioco. Pongo da cinema da solo, da librerie, aberrante Ikee ed ogni sorta di shopping adesso che lei non c’era più ed era finita in via definitiva la purezza di ogni suo prossimo rapporto, Pongo convinto che la verginità non esistesse più, andata con lei. Pongo triste dentro quanto allegro fuori, sempre disposto al gioco come modo di non pensarci.

Eppure Chiara l’aveva scosso, gli aveva ridato la possibilità di credere ancora alle affinità elettive, anzi, era diventato in un tempo infinitamente breve praticamente certo che tutto il precedente era stato un giovanile errore, sette anni di errore, e sentiva che la vera affinità era quella, quella platonica condivisione di sorrisi, sguardi e concetti, senza pregare neanche troppo che ciò scivolasse verso un ruvido rapporto sessuale, vedendolo come una violazione, una forzatura, non perché pensava che lei ci sarebbe mai stata, visto che non aveva nemmeno mai provato a baciarla, non le aveva mai chiesto cosa pensasse di lui, solo che riteneva che quel loro rapporto viaggiasse verso la perfezione di suo, con quel continuo (unilaterale, ma questo l’avrebbe saputo molto dopo) regalare emozioni, partito dagli occhi ed arrivato ovunque, culminato con le carezze innocenti sulle sue braccia nude. Forse aveva paura, solo troppa paura di trovarla brava, brava a baciare, brava a toccare, a godere, forse voleva rigirare le sue convinzioni nella speranza di poter tornare ad amare qualcosa di diverso dalla purezza, qualcosa di più grande.

Fatto sta che baci niente, anzi, davanti a Chiara diventava come un bambino imbarazzato che non sapeva da che parte si cominciasse a sfiorare una donna.

Un giorno lei gli aveva detto che non era solita esprimere il suo parere sui ragazzi, e per come l’aveva detto sembrava una giustificazione al fatto di non confessargli invece un seppur piccolo sentimento. Ma nulla era provato, e la malizia di Pongo sembrava sparita dietro la pelle da pesca di lei troppo liscia per non essere di una bambina, troppo per suscitare malizia. L’unica cosa certa era che con lui doveva stare bene, perché sembrava spontanea, dimostrava una sincera felicità quando se lo trovava davanti.

 

In genere era il martedì che Jack invitava Chiara ad uscire, un giorno tranquillo nel quale è difficile avere altri impegni, soprattutto se il calendario della Champions League non riserva scontri interessanti. Solitamente l’uscita aveva questo ritmo: incontro in posto neutro, magari un parcheggio dove lasciare tranquilla una delle due macchine, sosta al bar per comprare acqua, birra e altro a seconda delle voglie, ciò perlomeno offerto da lui, niente farmacia, che non si faceva mai trovare da un’amante sprovvisto della materia prima utile a far sì che una serata non si tramutasse in tragedia, poi via veloci come il vento destinazione una casa un po’ fuori mano arredata col minimo indispensabile alla condivisione di bei momenti, preliminari dalla macchina al portone, poi passione, gradite violenze, sesso in ogni modo, da ogni parte, niente che lui non chiedeva, niente che lei non faceva. Quantomeno non si poteva dire che non fosse bravo.

Tra l’orgasmo e il rivestirsi faceva passare almeno venti minuti, per correttezza, spalle al muro e cuscino da schienale, la testa di lei sul petto, dal lato sinistro, come ad auscultare, a cercare un introvabile cuore, o solo a lasciare libera la mano destra di lui nei viaggi dal portacenere alla bocca. Ma se per caso a lei, a parte i vari sei magnifico, fosse uscita di bocca in qualsiasi salsa, accezione o coniugazione la parola amore non sarebbero passati più di tre secondi che già sarebbe stato al bagno a lavarsi, ma era molto difficile che lei trasgredisse la regola.

Poi via, e ci si incontrava qualche sera al pub, mentre lei parlava con Pongo e lui beveva al bancone.

Eppure non provava nessuna forma di gelosia, Jack, e se pensava che magari lei avesse potuto smettere di volerlo incontrare, causa approfondimento di quella ancora purissima situazione, a quel che diceva (e valle a credere), rimaneva impassibile, pensava che sarebbe stato meglio per lei, sarebbe stato praticamente contento, per di più si sarebbe tolto il peso di vederla di tanto in tanto soffrire in eccessi d’assenza d’affetto. Eppoi… Eppoi era una donna, non sarebbe mai stata diversa dalle altre, anche lei capace di dire che non amerà nessuno oltre te in tutta la vita e andarsene dopo dieci giorni dalla confessione, come Miss. Lui no, ormai non poteva fidarsi, avrebbe acconsentito ed approvato che lo facessero altri.

Poi in fondo le voleva bene e non poteva che essere felice di vederle accanto un tontolone come Pongo, sempre disposto alla comprensione, che con una peperina di quel calibro ce ne vuole un bel po’.

 

Chiara fingeva alla perfezione di star bene, ed anche in presenza di Jack non si scomponeva, non si lasciava prendere da smanie, perciò Pongo non poteva dubitare di nulla. Si conoscevano di vista quei due, una chiacchiera ogni tanto. Una volta avevano pure parlato di lei, e a Pongo sembrò d’aver capito che Jack fosse mezzo innamorato, lo disse pure a Chiara che si intristì di brutto, ma lui non s’accorse di nulla. Tontolone in effetti lo era.

Chiara per lo più cercava di non pensarci e di organizzarsi una bella vita, studiava lingue e causa approfondimenti aveva in mente più di qualche viaggio, uno già se l’era fatto, tre mesi a Parigi, e col francese l’aveva sfangata onorevolmente, e non solo col francese a dirla tutta, ma vabbè, tralasciamo che al fine della storia potrebbe risultare inutile se non addirittura deletereo. Per l’arabo sarebbe stato un po’ più complicato, vuoi o non vuoi si trattava sempre di un altro continente, una questione burocratica ben più impicciata.

Poi rimaneva il mito dell’Africa, una smania assurda di purezza e povertà, voglia d’aiutare per poter essere aiutata nello spirito. Pensava ai paesaggi, ai volti che ci arrivano dai media, quegli sguardi tristi ma fieri, le mosche sulle labbra e i vestiti di juta, i fontanili a pompa e le giraffe sullo sfondo, il deserto e le foreste, l’uomo nella dimensione primordiale, la civiltà egizia e le colonie, il Sudafrica ed i suoi abitanti tremendamente bianchi. Ci sarebbe andata, almeno un mese per adesso, poi ci avrebbe vissuto, fuga per la vittoria.

In effetti Pongo era piacevole come persona, così atipico come ragazzo però, questo andava rimuginando Chiara di tanto in tanto pensando a tutte le volte che lui avrebbe solo dovuto ruotare leggermente la testa per ritrovarsi con le labbra sulle sue. Mai fatto. Pensato sì, però, tant’è che puntualmente a due giorni dall’attimo avrebbe confessato negli occhi dolci e forti di lei quella debolezza scampata per miracolo. Lei dal suo non aveva mai trovato le palle per dirgli “sei un coglione e me lo dici pure”, anzi tutt’altro, il suo sguardo sembrava in quei momenti dire “ma che bravo ragazzo”, e così lui restava fiero del gesto eroico e deluso dal non aver ricevuto licenza di baciarla alla prossima occasione, come se quella sua confessione fosse stata fatta per cercare un conforto, un invoglio. Tonti però tutt’e due, sempre così vicini a cambiarsi la vita. Se Pongo avesse avuto la metà dell’impeto di Jack.

 

Jack non s’era chiesto mille volte che cosa avrebbe fatto se di colpo Chiara gli fosse sparita, se avesse smesso di incontrarlo per ricominciare a vivere, perché tanto la risposta certa l’aveva avuta fin dall’inizio. Niente. E cosa avrebbe pensato. Sarebbe stato contento per lei. Cinico fino all’osso. Un nichilista dei sentimenti. Chiara provò addirittura a farlo ingelosire saltando un paio di martedì, macché, fu costretta a rifarsi viva lei, e lui di tutto punto, contro ogni previsione, accettò l’invito a dimostrazione che non gliene era fregato un cazzo se lei s’era scopato un altro, che non era vero ma poteva sembrare la cosa più logica.

Per fortuna che c’era Pongo che riusciva a farla ridere, a farla evadere da quei pensieri, un po’ lo stava usando, e di questo si sentiva in colpa, un premio gli sarebbe spettato prima o poi, per quell’ostinazione, quell’incessante riuscir a fare bella figura.

 

E il giorno del bacio arrivò, e non se ne accorse nessuno, tanto fu facile, spontaneo, sembrò il ripetersi di un rito nato nella notte dei tempi, come il suggere il seno per un neonato, o ancor prima il pianto, pianto come primo istinto, ecco cosa fu.

In effetti cosa ci si poteva aspettare da una vita che cominciava tra le lacrime. Bacio. Ecco, da questo momento tutto sarebbe stato pianto, sforzo, stento, rovina. Tutto sottostante al dolore dell’elastico dei sentimenti.

Usciamo domani? No, ho da fare. Cosa? Niente… Bah. Perché fai così? Faccio cosa!

Senza che nulla di ciò fosse ancora accaduto Pongo ci andava pensando, ricordando la teoria di quel pazzo sui cuori comunicanti. Cominciò a tremare, sentì le lacrime salire agli occhi, passando per la gola.

Per Chiara era tutto molto più semplice, per lei un bacio niente creava e niente distruggeva, eppoi le era servito, era stato l’ennesimo modo di usare quel povero cristo, ma bene stavolta, e s’era sentita in quella forma di auto-tradimento almeno dieci metri più lontana da Jack. Per un attimo Pongo aveva coperto il suo odore, era stato un nuovo odore di una nuova pelle.

Che fai domani? Niente di che, non ho programmi… E se mi viene qualche bella idea? Allora sto con te! Perfetto, già ce l’ho…

Così doveva andare, così sarebbe andata, almeno all’inizio, fin quando quella passeggiata sul baratro dell’amore mano nella mano con lei fuori e lui dentro non avrebbe subito mutamenti da nessun lato. Né lei dentro, né lui fuori.

E Chiara cominciava a pensarci pure. Dal bacio in poi tutto le sembrò diverso, finalmente vide un uomo al suo fianco anziché un allegro amico, eppoi come l’aveva stretta, e le mani ai posti giusti, ci sapeva fare, ma dove poteva aver imparato? Forse sì, era stato il prescelto, l’assegnatario del compito di far sparire Jack dalla sua mente, forse aveva le carte in regola per riuscirci. Chiuse con Jack.

Dal giorno del bacio ogni altra volta che si videro finì per essere un’escalation, un aumentare di passione nei gesti, nei modi, negli sguardi, ed il giorno che lei scrisse su un messaggio “sono a casa da sola…” Pongo non fece finta di non aver capito, e varcò con paura e voglia quella soglia di casa, la prese dall’uscio e la spinse con forza e dolcezza verso dove non sapeva, alla ricerca di un appiglio, un piano, letto, divano, tavolo, ad ogni passo Chiara sembrava più pura, come se stesse andando indietro nel tempo, come se quei passi le garantissero l’espiazione dalla sua vita precedente, ad ogni passo Pongo sembrava più simile a Jack, tutto ciò che le serviva più l’amore. Si stavano legando irreversibilmente, se ne accorgevano, non riuscivano a staccarsi. Avrebbero pianto dopo. Abbracciati, ancora tremanti, respirando forte uno sul collo dell’altra andavano in silenzio pensando alla vita, finché Chiara ebbe l’idea, la voglia ed il bisogno di raccontare a Pongo tutta la verità.

 

Tutto era come al solito, la purezza era morta di nuovo in quel racconto tanto vicino nel tempo, come poteva essere accaduto tutto ciò senza che lui ne avesse mai avuto il dubbio? Si sentì stupido. Si rivestì.

Non rispose al telefono per un paio di giorni, lesse i messaggi senza dargli peso, anzi vedendoli come un proseguo della presa in giro che era tutta quella storia.

“Non ci siamo più visti da quando…” non era attendibile. Quella verità che sembrava il gesto della svolta nella loro storia, il passo decisivo per la sincerità fu per Pongo l’esatto opposto. Pensò e ripensò, capì che era meglio amare un’opera d’arte che non cambia una volta che l’hai studiata, non è in divenire come la natura umana. Capì che la colpa non era di Chiara, ma di chi aveva creato tutto questo garbuglio che doveva essere la vita.

 

“Se il tuo tempo avesse un prezzo io lo comprerei, ma non ha un prezzo l’aria, non la luna, la notte, non le parole, né gli occhi. Né tu chiara e definita. Mai tu brillerai fuori che dai miei pensieri, ed una carezza aspetterò, e dopo un bacio, ed uno sguardo, e solo i miei sogni sapranno averti tutta. E la tua eternità arriverà dove io non saprò guardare. Quel giorno sarai mia senza vedermi, sarai della mia assenza, quel giorno io saprò chi sono. Resterai, nell’aura perfetta dei miei pensieri come perfetta sei, ed il ricordo dei tuoi sguardi sarà la luce sul mio cammino, mentre solo andrò cercando nelle cose intorno la tua stessa perfezione, quando saprò riconoscere la mano di un unico creatore per tutte le cose magnifiche, che non può essere lo stesso delle cose tremende, della bruttezza, allora sarò un uomo vero ed allora tornerò a lottare per averti al mio fianco. Adesso vado, prendendo la via che più da te m’allontani, vado a svuotare un po’ il mio cuore per fare in modo che resti un po’ d’amore pure per te, perché oggi tutto quello che c’è da provare lo sto provando io. Tornerò, non so se troppo tardi, ma non sarà stato un male, perché nella mia assenza capirai cosa ti serve, senza l’ingombro della mia mano saprai andare più veloce.” Questo lesse Chiara aprendo il biglietto allegato ad un mazzo di rose, recapitato a domicilio. Pianse un po’, poi si asciugò gli occhi, tirò su bene col naso, per tornare ad avere la voce più normale possibile. Era martedì. La stagione calcistica era ancora a riposo. Prese il telefono.

 

Pongo non aveva capito. Non aveva capito che l’errore era in lui, non nel mondo, nelle donne o chissà, era nel suo modo di vedere, nel suo perdere la speranza in tutto ciò che sembrava poter far bene, nella sua convinzione che tutto il bene viene per fare male, perché ci mancherà prima o poi, in un modo o nell’altro. Non aveva capito che Chiara ce l’avrebbe fatta a stargli accanto, che s’era quasi innamorata, o quanto meno s’era dimenticata di amare Jack. Ma qua forse aveva avuto ragione. Non aveva capito che la perfezione non esiste e più si tiene bassa la soglia di accontentamento più si vive bene. Non voleva credere e cedere all’idea di una vita mai perfetta. Sarebbe fuggito pur di non sopportare la mezza felicità che questa vita si impegna a regalare, andando a cercare nell’utopia una via di fuga inesistente, cercando di volare battendo le braccia. Sarebbe tornato deluso e stanco, cinico, ed avrebbe allora recitato al mondo la sua parte di Jack.

 

Altri sei miliardi di persone intorno, e nessuno sapeva niente, nessuno s’impicciava, ognuno aveva la sua storia simile ed al tempo stesso peggiore, del resto è innegabile che tutti i drammi della terra fanno star male meno della metà se non ci riguardano. Il mondo era solo un palcoscenico cangiante alle varie disposizioni di una regia instabile e senza una logica. Chiara doveva amare Pongo, ma non poteva farcela, la ragione non poteva vincere, la forza di Jack nelle sue vene era qualcosa di indispensabile e supremo, al di fuori di ogni logica, aveva più da trarre da svuotamenti (riempimenti) settimanali che da un amore in piena regola con tanto di pedigree ad ostentare una seppur vaga purezza. Niente era per nessuno, tutto era di tutti. E l’equilibrio continuava a mancare, da buon assente ingiustificato.

Tre vite ad incastro. Pongo lesso come carne da brodo, grondante saporita acqua, Jack svuotato come un pollo allo spiedo, ma ben condito fuori, solo due passi evolutivi diversi della stessa specie animale, due passi successivi nella lotta per la sopravvivenza, Chiara così e così, come il Mon Cherì che comunque devi dire che fa la sua figura, poi può piacerti o meno, con tremendo disappunto o gradita sorpresa nel trovare la ciliegia all’interno.

Tutto ciò chissà sotto quale superiore disegno organizzato, come l’ennesimo scherzo di un Dio che si prende gioco delle sue creature, come fece con la mela. Già, proprio così, la mela. La vita doveva essere organizzata come una continua prova, i più forti l’avrebbero superata, ma di quei tre chi era che faceva la cosa giusta? Forse Jack, dedito al fregarsene come rimedio, o Pongo con la sua consapevolezza di non poter far nulla per migliorare la vita ma con l’ostinazione nel provarci, o Chiara col suo bisogno tremendo di essere innamorata, magari di se stessa. Uno scherzo, un gioco, una prova di resistenza per i nervi, o di capacità di adattamento, alla vita o al dolore che sia.

La mela, sì, ecco cosa doveva essere tutto questo pasticcio, la prosecuzione della prova che andrà perennemente male, e per tutti, proprio la mela del peccato originale, che più sai che ti rovinerà la vita meno ti passa dalla testa di morderla.

 

 

 

THE END (forse)

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