Una giornata da Radical Chic (aka Pigneto non mi avrai!)

Ettore Spalletti - Senza titolo, 1974Così come scartando una barretta di cioccolato della solita multinazionale puoi vincere una qualche consolle mangiatempo o un motorino bruciaozono così sarebbe giusto con una barretta di cioccolato equo e solidale incartata a mano da un contadino della Repubblica Domenicana poter vincere qualcosa, chessò, magari la possibilità di passare una giornata da Radical Chic… Allora fingerò che la mia giornata di ieri sia derivata da questo fortuito ritrovamento centroamericano nella calza della befana.

12/01/2014 – Avrei voluto in tutto ciò possedere delle Clarks ed una bicicletta col cestino, ma la perfezione non esiste, o almeno a me non è dato di viverla, fatto sta che la seria decisione di provare l’ebrezza di passare una giornata nei panni di un Radical Chic ha preso il sopravvento su una grama quotidianità e mi sono ritrovato nell’ordine a vedere una mostra fotografica di cornice ad un mercatino dell’antiquariato, spettacolo di marionette annesso, poi decollare in direzione Palazzo delle Esposizioni per assistere alla mostra dei 125 anni di National Geographic…

Le foto, a mio avviso stampate male ed illuminate decisamente peggio, non rendevano affatto l’idea della grandiosità dei progetti che celavano, ci si poteva rendere conto di ciò già guardandole semplicemente negli schermetti da dieci pollici all’ingresso della mostra, dove risultavano invece molto più belle (parliamo di foto da fine ottocento ad oggi, quindi per la maggior parte nulla a che vedere col digitale), pazienza, del resto ormai a nove euro e cinquanta le pretese devono essere low profile, ben diverso sarebbe stato se avessi pagato diociottomila lire, in quel caso avrei staccato dalla parete la ragazza Afgana di McCurry e me la sarei portata a casa, convinto che fosse un mio diritto.

Per fortuna a giustificare tutto ciò c’era nei piani bassi una mostra dedicata all’arte a Roma negli anni settanta, che a dirlo così sembra una lauta ricompensa piuttosto che un’ulteriore punizione… Duecento opere le quali, a parte un paio di tele di De Chirico e poco altro, sembravano progettate come il tranello del vestito invisibile del re nella fiaba per bambini (ricordate? degli impostori fanno credere al re di avere un tessuto che possono vedere solo le persone intelligenti, e lui per paura di risultare stupido in quanto non riusciva a vederlo abbocca alla storia e si fa fare un vestito; alla fine va in giro nudo finché un bambino blablabla), delle oscenità permesse solo dalla vergogna di ogni visitatore a dire che non la stava capendo quell’assurda accozzaglia di tele, fogli, installazioni, orologi, sassi, suoni e tavoli similikea numerati. Ho avuto l’impressione che se fosse caduto a qualcuno un mazzo di chiavi o un fazzoletto di carta usato sarebbe arrivato di corsa il curatore in persona con gli inservienti per posizionare le corde di delimitazione ed avrebbe improvvisato un’etichetta su una base più o meno logica, meglio meno. Il merito però di questa mostra è stato indubbiamente quello di moltiplicare il valore delle stampe fatte male della Society, e me lo sono fatto star bene.

Una giornata così non poteva che finire da un Giapponese no-stop, e così fu. Da ciò ho capito che il lavoro del Radical Chic è più duro di quanto sembri dall’esterno, richiede passione e spirito di sopportazione oltre i limiti umani, una buona dose di studi drammaturgici per fingersi realmente interessati anche al nulla, molta inventiva per campare in aria motivazioni a un mondo che non riempie di spunti, così sono tornato sui miei passi ma felice di averci provato, ancor più di non esserci riuscito! Pigneto, anche per oggi non mi avrai!

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