“Nomen Omen – Ovvero l’essere Romani e la propensione naturale alla creatività onomastica”

Tomas Milian - Nico Giraldi - Er Monnezza

Tomas Milian – Nico Giraldi – Er Monnezza

Premessa: Ti chiami Manganelli e sei il capo della polizia, ecco, questo è Nomen Omen in parole povere. Un ritrovato su cui Walt Disney ha fondato le basi del suo successo (nonostante non sia mai arrivato a concepire la genialità di un nome come Manganelli per il capo della polizia).

Fatto: Qualche giorno fa posto uno stato di facebook sulla faccenda IMU e Berlusconi, un amico mi commenta, ma con l’intento di chiedermi altro, e si collega al post semplicemente modificando il mio nome in IMU, una frase tipo: Senti IMU, ma ieri eri al cinema X?

Riflessioni: Il romano ti battezza ogni volta che ti vede, al di là del tuo nome e del tuo soprannome saprà in ogni distinta occasione come chiamarti, nel modo più appropriato ed inerente, per riportarti ad una dimensione più normale e pratica, soprattutto se sei uomo o se lui è uomo, molto spesso tra due uomini quindi, perché tra due donne è molto più difficile avere tale pittoresca propensione, pure se le possibilità non sono mai poche. A volte lo fa semplicemente per entrare in una discussione che non gli interessa affatto, col fine di dimostrare che ha capito di essere fuori tema, ma lui vuole arrivare ad altro. A volte perché vuole farti notare che sei ripetitivo nei termini che usi, o che sei smielato, o che sei prevedibile. A volte per mettere in chiaro che stai esagerando, che sei logorroico, semplicemente che stai sbagliando qualcosa.

Qualche esempio: Magari tu sei su un’autobus, in piedi al centro del corridoio, parlando con una ragazza seduta con l’intento di far bella figura, dici di essere stato al museo d’Orsay ed essere rimasto molto colpito dall’autoritratto di Van Gogh. Uno da dietro sicuramente ti dirà “Senti, a Van Gogh, che me fai passà che devo scenne?”. O magari sei in un bar col corriere dello sport davanti, semplicemente a leggere un articolo sulla Roma, in primissimo piano una foto di Totti, sentirai probabilmente dire “A capita’ che quand’hai letto me lo passi?”. Sei in farmacia, acquisti e fai per uscire, puoi sentirti chiamare “Tachipirina, te sei scordato la tessera sanitaria!”.

Il romano ti trova una serie innumerevole di nomi occasionali personalizzatissimi, a volte di singole parole inerenti un tuo qualsiasi atteggiamento, a volte lunghi come frasi complesse, a ripetizione del tuo ultimo concetto per non lasciare nessuna possibilità ad una tua incomprensione. Una volta in un pub ho sentito chiamare la cameriera con questo nome, mentre era intenta a parlare con una collega: Scusa, SOSTATAPROPRIOBENEIERISERA, che quando sei libera me la fai ‘na bbira?

A volte questo atteggiamento sembra pura invadenza, chi lo subisce si sente leso della privacy, spiato per certi versi, poi non può che riflettere e farsene una colpa, capendo che questo gesto è un semplice redarguimento per far capire all’interessato/a che mentre pensa di avere un atteggiamento privato ne sta avendo invece uno pubblico, e non può far altro, alla fine, che ringraziare il creativo dell’onomastica per aver evitato che la cosa degenerasse. Il romano quando ti chiama con un nome che non è il tuo vuole spesso semplicemente dirti “a ni’ a me non me va de famme i cazzi tua quindi o la pianti, o parli più piano, o aspetti che me ne vado”.

Insomma il romano con questo semplice gesto di affibbiarti nomi ha la capacità di buttarti a piedi pari nella realtà, dici tre volte cioè in un discorso, da lì almeno a fine conversazione tu sarai Cioè, e vedrai che la prossima volta ci starai ben attento alle parole che usi. Ciò che consiglio a chi volesse togliersi qualsiasi vizio grammaticale è di parlare a lungo con un romano, vi chiamerà, e saprete dove avete sbagliato.

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