Le idee chiare, doppio malto!

Roberto “Bob” Angelini all’opera

Uscire di casa è sempre un viaggio ormai. Lo è nei tempi, che non stai mai fuori se non hai visto senza intervallarci il sonno il sole di due giorni diversi. Lo è negli avvenimenti, che qualcosa da raccontare e qualche foto da mostrare agli amici (non sempre con orgoglio, ma questo ora non ci interessa) ce l’hai sempre. Lo è negli intenti perché la partenza prevede sempre la stessa propensione all’apprendimento della fila all’ingresso del Louvre. Ed è così che partimmo, qualcuno pure con la valigia, che le borse delle donne lo sono sempre più dello zainetto col quale il più bravo degli uomini può farci una settimana a Londra, con meta San Lorenzo, Roma. Il locale doveva chiamarsi La Riunione Di Condominio, qualcuno di noi avrebbe pur dovuto sapere dov’era, doveva suonarci gaLoni aperto dal  Bifolco Capo e nonostante le partenze scaglionate dovevamo essere in tanti. Stranamente tutto risultò vero. Sbarcammo alla ricerca di via dei Luceri con una certa ansia da “loro” prestazione, che i locali a San Lorenzo sono così tanti che è difficile proprio che siano pure fighi, e invece La Riunione lo è. Appena resici condomini grazie al compilamento della tessera abbiamo iniziato peregrinazioni e saluti, in una sorta di diaspora che tra amici è comune, e che porta a ricongiungimenti periodici al bancone o fuori per la sigaretta. Tra gli anche tu qui e i che forte il Gal(l)o cominciavamo ad orientarci tra le posizioni strategiche. C’era da tenere a mente alcune cose importanti: il caldo che avrebbe preso il sopravvento a sala piena, la ricerca della praticità nel raggiungere il bancone, la possibilità di poter appoggiare giacche e appendici varie, i punti di maggior intralcio, capire le probabilità di interazione tra i personaggi presenti e noi stessi. Tutto liscio come l’olio, apertura al via, concerto, chiacchiere, richieste astruse di VOV, ultimo pezzo, saluti e ringraziamenti, bis, saluti e ringraziamenti. Ora, doveva proprio essere tutto finito. Abbracci saluti e baci e hai visto che stavolta ce l’ho fatta a venirti a sentire e i tu devi essere… ed ecco dov’è che ci siamo visti. Tutto finito se non fosse per la mia brillante idea di andare a provare in solitudine e silenzio il pianoforte del locale, relegato in una stanzetta attigua alla questione palco.  Aiutate nella scelta dalla presenza di  un divano si avvicinano e prendono parte alla mia ignorante recensione due ragazze, foraggiato invece dalla vicinanza del bagno arriva Corrado e si immerge nel mondo della fotografia amatoriale, intanto David ha imbracciato la chitarra e Lele si è armato di rullante, parte un post show che Supermarco ha il piacere di ascoltare e terminati i doveri da gestore si unisce a noi, intanto io di schiena a suonare mi rendo poco conto del resto degli arrivi, finché uno slide mi fa girare e mi becco un Bob in gran forma con la sua chitarra da coscia, qualcun altro è arrivato, qualcuno ha cambiato strumento o semplicemente posizione, un ukulele spicca e l’allegra comitiva si trascina nel Blues in Re più lungo della storia della musica, decido che una cosa di quel tipo c’è anche un po’ da godersela, così abbandono il piano e mi becco da fuori tutta la scena, proprio una bella scena, niente da dire.

Quando uno si chiede perché fa musica, perché sopporta certi meccanismi, si cimenta in gavette infinite, perché qualcuno apre un locale per farci suonare qualcun altro che il più delle volte ci dovrà discutere, perché si è portati ad affrontare da ogni parte certi sacrifici, beh certe volte la risposta non te la da una canzone o una nota, non te la da uno spartito o un assegno della siae, non te la da un applauso, te la da un’immagine. L’immagine di persone probabilmente mai viste prima che si parlano come fratelli senza dirsi una parole e facendo anche ciò che non sanno fare, o che semplicemente pensano di non saper fare (come Keira con l’ovetto!). Lasciarsi con la promessa di rivedersi presto poi fa parte della prassi, ma non c’è nulla di certo in ciò, potrebbe essere semplicemente la più bella delle bugie,  perché collegata ad un desiderio, come quando ti capita di far sesso a qualche migliaio di chilometri da casa e ti prometti amore eterno, che poi dura ad essere ottimisti non oltre la stazione successiva. Ciò che è certo invece è che alla fine avevamo tutti le idee molto più chiare, doppio malto.

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