*Bambini* – da Prenestinity II

Il Piccolo Principe

BAMBINI (Capitolo tratto da Prenestinity II ed in appendice all’audiolibro)

Una abat-jour proiettava magici giochi d’ombre sul soffitto, mentre io cercavo senza nessun esito di dormire prima che suonasse la sveglia e ciò divenisse del tutto impossibile. Mi veniva da piangere, perché quel penetrante rumore avrebbe portato via mia madre, l’avrebbe scarrozzata in cucina a preparare chissà cosa da imbustare come pranzo per mio padre, spesso un panino con la cotoletta, frittata, fettina panata, uova sode, che gira e rigira non è che ci si possa inventare chissà che da imbustare alle sei di mattina per essere mangiato a mezzogiorno, l’orario sacro dell’edile. Parliamo di tanti anni fa, di quando il mare non l’avevo ancora mai visto, la scuola non sapevo cosa fosse e le donne non sapevo a cosa servissero. Sapevo solo che mio padre mi pungeva con la barba e mia madre no, che mia madre mi dava quotidianamente qualche sberla che non mi faceva assolutamente male e mio padre me ne aveva date non più di tre da quando ero nato, ma ancora mi bruciavano.

Quei panini sarebbero stati motivo di litigio, anzi, motivo di sbraito da parte di mio padre senza possibilità di replica di mia madre, che è peggio. Ed io mi alzavo cosciente di ciò, come volessi essere il testimone, il primo a sapere per che cosa avrebbe strillato la sera a venire, e andavo in cucina con mia madre, abbinavo due sedie di fianco al tavolo, ci stendevo sopra una coperta di lana spessa e mi ci allungavo, e mentre lei lì preparava, friggeva, condiva, io riuscivo finalmente a dormire. E come ennesimo affronto sognavo di lui che sbraitava. A dire la verità poi, non era proprio così tutte le sere, ma almeno il sabato sì, il sabato che mio padre non lavorava ed era una dannazione averlo dentro casa, stanco e perennemente incazzato col mondo. E se in questa condizione ti rinchiudi dentro una casa di 25 mq (perché quella avevamo) quello diventa il mondo e con quello tu sei incazzato. Il sabato che non mangiava neanche panini, perché la sera prima era uscito ed era tornato tardissimo, e si svegliava all’ora di pranzo ancora con un gran mal di testa, allora il suo pasto erano un paio di via-mal e si riaddormentava. Avrebbe strillato solo di tanto in tanto per terrorizzare me e mia sorella intenti a giocare in un silenzio da catacomba, se per caso o per pura e semplice disattenzione facevamo cadere un giocattolo o facevamo strusciare una sedia sul pavimento ruvido della cucina. Perciò spesso giocavamo proprio sulla coperta dove io dormivo sulla sedia ogni mattina.

Forse non era così neanche tutti i sabati, ma dice un filosofo tedesco (quasi sicuramente romantico, almeno per vocazione…) che se tu avessi il corpo in perfetta salute, ma ti facesse male l’unghia del mignolo della mano che usi meno, la tua concentrazione andrebbe su quella e per te sarebbe come stare male tutto per intero, ché non riusciresti a pensare ad altro che a quell’unghia. Allora io a ripensarci ora ho immagini di sere tutte uguali e sabati tutti uguali, e qualche ricordo bello, ma molto appannato e lontano, con luce di sogno, e non so e non voglio sapere se sogno sia stato realmente. E visto che quest’unghia a me in tutta evidenza è cascata e deve ancora ricrescermi, ogni qual volta vedo questa deformità del mignolo non posso far altro che pensare di non essere mai stato del tutto bene, ma magari ad una sola dannata unghia dalla felicità. Così crescevo più in fretta del dovuto, e ad ogni avvenimento trovavo il punto esatto in cui si diventa uomo. Mi spiego meglio: ebbi subito da pensare che si diventa adulti quando ci si ritrova in assenza di una persona da prendere a guida, o peggio quando la persona che dovrebbe esserlo non riesce in alcun modo a farlo, ed alla domanda anche più stupida ci si deve rispondere da soli, con lo studio ed il confronto e l’osservazione degli avvenimenti. Mi spiego con un esempio, avevo sei anni o giù di lì e chiesi a mio padre, indaffarato a sbuffare nella sua Marlboro cosa si provasse a fumare, la sua risposta fu sbalorditiva, mi fece fare un tiro. Vomitai per due giorni di seguito e capii che ero finalmente diventato un uomo. Passò qualche anno, altri sei esattamente, e tentai un esperimento di rifugio in Dio (che scrivo maiuscolo solo per rispetto al momento trascorso), chiesi a Colui un paio di favori a ridosso della mia cresima, dopo un paio d’anni di irreprensibile frequentazione dei sacri siti, tipo non veder più litigare i miei genitori e la cortesia di poter far vivere il più a lungo possibile il figlio di mia cugina, nato distrofico. Non vedendo esaudito nessuno dei due, anzi, dovendo andare solo la settimana dopo la mia cresima al funerale di quell’angelo del mio nipotino, decisi di abbandonare anche questo espediente, e mi sentii ancora più uomo. Simone si chiamava, e mia madre, che aveva scoperto da poco di essere incinta, decise di chiamare Simone mio fratello, che nacque quando avevo esattamente 12 anni un mese e 12 giorni. Adesso avevo un fratello minore da crescere, da portare in tutti i posti dove mio padre non aveva mai portato me e mia sorella, avevo domande alle quali rispondere, avevo spiegazioni da dare. Ora sì, ero un uomo. Tutto procedeva per il solito verso, che all’epoca credevo fosse il verso giusto.

Ma i versi giusti in fondo non esistono, esistono tutt’al più i versi comodi, ed esiste l’arte di renderceli. Tu ti ricordi solo quello che ti fa comodo, tu mi dai retta solo quando ti fa comodo, sono tua madre solo quando ti fa comodo, queste erano le frasi più illuminanti che pronunciava mia madre. L’avrei scoperto tempo dopo, ai miei primi litigi amorosi, ne avrei avuto il sentore ancor prima, alle prime giustificazioni scolastiche, ai primi appuntamenti con gli amici. Qualsiasi storia senti raccontare da due persone diverse avrà due logiche conclusioni diverse, in un litigio la ragione sarà di chi è più bravo a prendersela, anche con la forza se necessario, la storia la scrivono i vincitori in effetti, per questo ha ragione Churchill e non Hitler, i partigiani e non le SS, Bush e non Saddam Hussein. Solo Gesù ha sovvertito quest’ordine, con una mossa subdola tra l’altro, morendo da perdente su una croce, ma risorgendo tre giorni dopo e neanche in presenza di testimoni, come per prendersela vinta e basta, come il ragazzino che va a giocare a calcio portando il suo pallone così quando perde e esce se lo riprende e se ne va a casa, non facendo continuare neanche gli altri, come a dire Se proprio non vinco io non vincerà neanche nessun’altro. Nulla di giusto in ciò che ho detto, ma molto di comodo. Gli Ebrei sono cattivi, macché, hai perso! Gli Islamici sono cattivi, quelli sì. Si vanno ad ammazzare per un ideale. Gli Irakeni sono cattivi e c’hanno le armi nascoste. E certo, hai vinto, ma non gli hai trovato armi nascoste come dicevi! E che c’entra, sono cattivi e basta, ho o non ho vinto? E proprio nel riuscire a capire la differenza tra ciò che è giusto e ciò che è semplicemente comodo che capii cosa significava sentirsi veramente uomo. Sarebbe stato giusto che mia madre e mio padre si lasciassero, ma non sarebbe stato affatto comodo a nessuno dei due, per esempio. L’avevo capito. Se volevo comportarmi da uomo dovevo fare tutto ciò che fosse comodo.

Viaggiavo verso i vent’anni e i giorni che passavano si portavano via gran parte dei miei capelli e la foga dei miei ideali comunisti da perenne prima fila in piazza Esedra, cominciavo a godere di una comoda rassegnazione del “Tanto sono tutti uguali, e nessuno cambia le cose” suffragato dagli ottimi esempi di tutti quelli che volevano essere diversi e adesso stavano a guardar crescere le margherite dalla parte delle radici, nonché dai pessimi esempi di tutti quelli che volevano essere diversi e adesso andavano a piantare margherite su alcune tombe, ma con il vestito buono e la scorta. Certo che qualcuno però…

Falcone era d’un’altra razza, Giovanni Falcone, lui sì che s’era preso tutte le responsabilità del caso e solo in nome della giustizia, che per comodità non ci si rimette la pelle con moglie e scorta al seguito. E mica è risorto dopo tre  giorni per prendersela vinta. E’ andato a testa alta incontro al destino ovvio di uno che lotta quasi da solo contro il tumore più grande d’Italia. Paolo Borsellino, nelle foto di fianco a lui, così coscienti e nonostante tutto col sorriso. Che eroi, se scrivessi eroi ancora cento volte in questo capoverso non avrei ancora detto abbastanza. Avevo quindici anni e una gran paura addosso in quel dannato Luglio, quando due amici si stavano semplicemente ritrovando e l’Italia stava perdendo la partita vera, quella per la dignità. E invece tanti hanno continuato per quella strada da Ayala in poi, fino a Prestipino e alla cattura di Provenzano. Nomi che nessuno sa, che non verranno ringraziati mai troppo, altro che Grosso ai mondiali 2006. E quanta gioia m’è scappata via dagli occhi quando al Tg vedo uno dei paladini della DIA che si affaccia dalla caserma con le braccia alzate in segno di vittoria e sotto la folla esulta per trenta arresti di mafia. Indimenticabile. Ma questa è pur sempre l’Italia.

Viaggiavo verso i venti e verso una delle esperienze più belle della mia vita, di lì a poco avrei preso servizio come obiettore di coscienza in un centro anziani, che se dieci mesi si devono regalare a qualcuno meglio a un vecchietto un po’ troppo solo per aver vissuto così a lungo che ad un caporale un po’ troppo esaltato per aver vissuto ancora così poco. Superata la prima classica solita tragedia da cambiamento all’arrivo della cartolina (precetto, per chi non sapesse che significa) e il solito minimo contrasto con mio padre, che alla notizia della mia obiezione disse laconicamente “Con me ci riparli quando diventi uomo” toccando un tema che rimuginavo da parecchio, mi misi all’opera per trovare soluzione ad alcune difficoltà logistiche, come fare per mantenere macchina e lavoro e fidanzata ad esempio. Scoprii non troppo tempo dopo che sarebbe stato molto più semplice del previsto mantenere i primi due e straordinariamente improponibile riuscirci con la terza. Passo direttamente alla morale. Rimboccatemi le maniche ebbi a che fare con alcune delle persone più importanti della mia vita e dopo dieci mesi in cui avevo fatto l’animatore per anziani, l’assistente ad una ragazza disabile in un istituto d’arte, il damo di compagnia per un ragazzo sieropositivo, tossicodipendente e agli arresti domiciliari per questioni varie che non vi dico, sennò finisce che credete che questa è tutta una marea di stronzate, ero pronto stavolta veramente a giurarlo: ero un uomo.

Un mondo a parte gli anziani, avevo sempre avuto a che fare coi miei nonni, ma quella era un’altra cosa, i nonni per vocazione sono loro a non aver mai bisogno di nulla dai nipoti, anzi cercano sempre e solo di aiutare, e quello che chiedono è talmente poco rispetto a ciò che danno che noi ci sentiamo sempre un po’ in colpa. Perlomeno coi miei nonni è stato così. Parlo di quelli materni, che da parte paterna il nonno non l’ho conosciuto proprio, che è morto troppo presto e pace all’anima sua, la nonna invece è morta quando avevo forse un paio d’anni, l’unica prova che ho che sia esistita realmente è una foto dove ha in braccio mia sorella e mia cugina, e l’unica cosa che ricordo è una scena di lei seduta su una sedia in camera nostra con mia sorella sulla gamba destra e me sulla sinistra, e vallo a sapere se è un sogno o no, so solo che sento un gran bene in quel ricordo, allora sono certo che seppure è un sogno me l’ha regalato lei. I materni invece me li sono proprio goduti.

Era il 16 Marzo del 1924 quando metteva piede in questa valle di lacrime il signor Peduzzi Aldo. Dico signore perché secondo me è nato già almeno di quarant’anni e con i baffi, come lo posso ancora vedere dalla foto del matrimonio, dove di anni ne aveva ventiquattro e ne dimostrava essendo buoni quaranta. C’è da dire a sua discolpa che è rimasto stabile nel dimostrare una ventina d’anni in più del dovuto, tanto che a un certo punto ho dubitato che ci fosse un errore nei suoi documenti. Insomma se ne è andato da questo mondo a settantasei anni, grinzoso e vissuto come ne avesse cento. Se n’è andato in silenzio una notte, senza chiedere il permesso a nessuno, fingendo di non soffrire e non stare male per evitare di arrecare disturbi e fastidi, in questo è sempre stato un grande. Sparito nel sonno la sera prima del ricovero in ospedale per problemi circolatori e blocchi vari in corso, con un tempismo stratosferico, nel pieno rispetto della sua avversità alle strutture mediche. Lui sì, l’ho visto cambiare mentre io crescevo. Lo ricordo attivo, vigile, elegante, sbarbato di fresco, a passeggio poggiato al suo ombrello, o nella camminata che facevamo insieme quando lo accompagnavo alla posta a ritirare la pensione. Immancabili giacca e soprabito e pantalone con la riga, come lo chiamava lui, intendendo per “riga” la piega sul davanti dei pantaloni indossati appena stirati. Lo ricordo poi un po’ più pigro, sempre più seduto sul divano, sempre più freddoloso, intento ad attizzare la brace di una stufa a legna, sempre più dedito al trasferimento di tutti i suoi averi (scatola di tabacco, lamette, specchio da tavolo ecc…) dal letto al divano la mattina e dal divano al letto la sera. Ricordo quando la barba la faceva tutte le mattine, poi una sì e una no, poi due volte la settimana, poi metà il lunedì e metà il giovedì (nel senso metà faccia!), poi iniziai a fargliela io, tanto stavo cominciando a prenderci le misure anche per me. Lo ricordo camminare sempre peggio, con le ginocchia sempre più gonfie, smettere di uscire, abbandonare le scarpe in favore di pantofole di pelle, pantaloni con la riga per pigiami di flanella, stufe a legna per termosifoni elettrici, ma mai dimenticare di accendersi una sigaretta, bersi un bicchiere di vino o salutarmi con un enorme sorriso e dicendo “Bello de nonno!”. Aveva qualche problema di salute diciamo mentale da tempi remoti in cui ebbe un brutto esaurimento nervoso, mia nonna diceva che era pazzo, ma ovviamente buono, io dico solo che si estraniava talmente tanto che non riusciva più a gestire i suoi pensieri e riviveva le situazioni alle quali pensava ad alta voce ed infervorandosi, spesso gridando proprio. Per noi nipoti era uno spasso, era come stare perennemente in una scena di un film, immaginatevi una scena di guerra per esempio raccontata da un provetto Dario Fo che te la strilla in gramelot, per esempio! Fatto sta che col passar del tempo e delle forze, perse anche questa pittoresca abitudine e si accontentò di brontolare le sue riflessioni tra una sigaretta e l’altra, dando decisamente meno fastidio a mia nonna. Anche se lo sfogo in genere pomeridiano ed esaustivo si riprodusse in un continuo borbottio, lieve, delicato, incessante. Lei ci si era talmente abituata che il cinque dicembre del duemila, alle tre di notte, ci mise un attimo a capire che quel borbottio non l’avrebbe mai più sentito. Io ero là, ero il preposto a scortare mio nonno al vicino ospedale la mattina seguente, mi svegliai di colpo per le grida di mia nonna, sapevo che sarebbe accaduto, l’avevo intuito da come mi aveva salutato qualche ora prima, tranquillizzandomi, “Nonno sta bene”.  Ancora non m’è chiaro perché i nonni parlano sempre in terza persona.

Borelli Maria, classe 1926, di Marzo anche lei, undici. Sposata giovanissima a tal Peduzzi Aldo, gentlemen che si sarebbe trasformato in uomo malato e stanco nell’arco di cinquantadue anni di onorata carriera di marito. Lei, splendida ragazza, moglie, madre e nonna, poi impeccabile vedova. Lei fu anche mio padre, quando essere padre significava prendere i figli la domenica mattina e portarli a spasso, a vedere l’infiorata di Genzano, a mangiare la porchetta ad Ariccia, al lago o al mare o al bosco, tutto rigorosamente a piedi, o salendo e scendendo da autobus dagli scalini più alti di me, perché per essere una nonna-papà perfetta gli mancava solo la macchina. Quel poco di mondo che avevo visto era per merito suo, che tutte le domeniche ci veniva a prendere a me e a mia sorella e a dir poco ci portava a sfogarci alla villa comunale, che quando vai a prendere due ragazzini che stanno un sabato a giocare al gioco del silenzio in venticinque metri di casa ti conviene tenerli un’oretta all’aria aperta. Poi tappa in pasticceria e pranzo da lei, gelato pomeridiano e giochi vari, fino all’arrivo triste del tramonto che ci avrebbe ricondotto nel tugurio a sentire le urla di mio padre contro mia madre per i fagioli con le cotiche anziché gli involtini al sugo e via di seguito. Per fortuna c’è almeno una domenica ogni settimana.

Dalla morte di mio nonno e per nove anni Maria Borelli, in arte mia nonna, è vissuta al piano di sopra di casa mia, fino al giorno più triste che riesco a ricordare. Facile spiegarlo. Solo una settimana prima di essere ricoverata all’ospedale per una pancreatite aveva bussato alla mia porta con una tavoletta di cioccolata tra le mani, per il suo nipotino di oltre trent’anni. Posso solo dirvi che mi dispiace per tutti quelli che non sono stati fortunati come me, e posso anche dirvi che se c’è un giorno in cui si può dire di essere diventati uomini è quando si vede scomparire l’ultimo nonno. Quando l’ultima prova dell’esistenza di una generazione intera prende il suo fagottello di stracci e se ne va sotto terra a rendere il suo debito di polvere annaffiata da lacrime di parenti e sudore di becchini.

Ma non vi lascio con quest’amaro, perché la vita continua, tanto che solo qualche giorno prima della scomparsa di mia nonna era nata nientepopodimenoché Camilla: la figlia di Sandrino! Ecco, per assurdo, quando si dovrebbe essere uomini, perché si diventa padri e si hanno dei doveri ben precisi, per assurdo proprio in quel momento si torna bambini, ci si scorda come si parla, si fanno smorfie e versi, onomatopee al posto di vocaboli, sorrisi ebeti lunghi e insensati. E’ un mondo difficile, non si fa mai in tempo a diventare uomini del tutto.

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