Storia d’amore.

Alcuni gesti diventano abitudine. Per esempio io avevo un cappello appeso alla maniglia della finestra anni fa, a casa dei miei. Poi andai a vivere da solo, e il mio cappello rimase là, coperto da gesti ed abitudini altrui. Qualche giorno fa lo cercavo, e nessuno se ne ricordava, esclusa la finestra. Strano. Era sotto gli occhi di tutti, un cappello con visiera bordeaux appeso alla maniglia della finestra di una camera abbastanza frequentata, eppure sembrava neanche esistesse, o almeno non fosse più un cappello, come se ormai facesse parte della finestra stessa ed avesse perso la sua utilità. Tanto il tempo passato appeso a visiera in giù che di andar su per le teste non ne fosse più in grado. Mia madre aveva cambiato tende, i miei nipoti ci avevano appeso un canestro da basket di quelli con tabellone mignon sopra, e ci avevano giocato, un tempo. Mio padre era entrato in quella stanza per segnare sul suo calendario personale le giornate di lavoro almeno cinque volte a settimana, prima della crisi. Niente. Quale cappello? Se l’avessi tolto si sarebbero accorti che mancava qualcosa, ma che cosa di preciso non avrebbero saputo dirlo, avrebbero saputo dire dove mancava quel qualcosa magari, quello sì. Un non so che di diverso come per un conoscente che sposta la riga dei capelli di un centimetro, che lo vedi diverso ma non sai perché.

L’ho trovato giorni fa, casualmente, quel cappello. L’ho preso, sfilandolo da sotto l’abitudine del canestro, ed ho provato a calzarlo. Niente. Storto, rigido. Il suo gesto di stare appeso a farsi dimenticare a testa in giù da una maniglia l’aveva reso realmente inutile, del tutto inadatto allo scopo per cui era destinato. Eppure nessuno avrebbe detto che non fosse un cappello, ma un cappello che non può essere usato come tale che senso ha di esistere? L’ho preso, ho risollevato il mini-canestro e l’ho rimesso al posto che con tutta la fatica che comporta l’inerzia s’era guadagnato. Unico ruolo per il quale ora era perfetto.

Avrei potuto provare a lavarlo per ridare elasticità al tessuto, piegare un po’ la visiera con le mani per risistemarla, metterlo in forma con un bel po’ di carta di giornale, ma ho pensato che il gioco non sarebbe valso la candela, del resto come cappello aveva fatto il suo tempo, mentre come amante di una maniglia se la cavava ancora alla grande.

Riflessione. Le abitudine ci fanno sentire inadatti anche al corso naturale delle cose, come alla fine di una storia d’amore, che sembriamo incapaci di poter amare ancora, incapaci di poter ritrovare noi stessi nella solitudine, incapaci di fare il nostro basilare mestiere di uomini e di donne. Come dopo un lutto, che pensiamo ai gesti che ci mancheranno, quei gesti che erano diventati un’abitudine.

Conclusione. Ho ringraziato dio (o chi per lui) di non essere un cappello.

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