Prendo appunti alle lezioni della vita.

In tempi non sospetti scrivevo con una motivazione opposta a quella naturale.
Scrivevo per nasconderle le cose.
Ai tempi nascondevo gli amori nei quaderni, poi i quaderni nei cassetti, poi proteggevo quei cassetti con dei lucchetti e le chiavi dei lucchetti in scrigni che finivano in giacche o in borse che spesso mi portavo a spasso per essere certo che nessuno potesse anche volendo violare i miei segreti.

C’era di positivo che bastava spostare qualcosa all’interno di questo meccanismo perché io stesso dimenticassi uno dei tanti nascondigli e con esso la cosa nascosta, a ritroso fino agli scritti stessi.
Era come scrivere per dimenticare.

Con una frequenza incalcolabile e misteriosa però mi capitava di dover tornare a competere con ciò che avrei voluto abbandonare, periodo sempre poco riconoscente era quello per esempio del cambio di stagione, quando da una giacca in disuso ti ritrovi una chiave in tasca che non è una chiave, è una storia.
Il metodo perdeva utilità.
L’unico modo per dimenticare fino in fondo è non viverle le cose, questo mi dissi all’ennesimo ritrovamento, all’ennesima rilettura, perché chi sarebbe capace ritrovando un suo passato e magari doloroso segreto di non andarselo a sbirciare e finire per ripercorrere le stesse emozioni?
Io no.
Era puntuale il mio ritorno al passato.
I miei occhi passeggiavano sugli stessi sbagli, sulle stesse sensazioni in modo ineludibile.

C’è pure da dire che uno che non ha intenzione di ritrovarsi in mano le parole sbagliate li avrebbe bruciati quei fogli, ma chi, nello stesso modo di cui sopra, avendo un dolore da farsi passare l’annienta anziché allontanarlo in modo lento e inesorabile?
Io no.
A me fa più male buttarlo via il dolore che guardarlo allontanarsi, come fosse più facile prepararsi ad un’assenza che trovarcisi dentro di punto in bianco.
Come per le droghe che si combattono con un’altra droga (metadone) che ti permette quantomeno una dose decrescente fino alla purificazione, ritenevo che per i dolori fosse inutile bruciare e distruggere, ma servisse pazienza, abitudine e distanza/distacco.

Poi passano gli anni, le persone cambiano, i sistemi falliscono e c’è bisogno di fare due chiacchiere con se stessi.
Essendo noi in divenire, per dirla alla Pirandello, nulla di ciò che facciamo può darci la certezza di essere definitivo, ci si può avvicinare e può girarci intorno, ma non sempre nello stesso e chiaro e identico modo.
Così nelle riflessioni di cambio stagione fui costretto ad adottare metodi diversi, e a chiedermi per quale motivo scrivevo prima e continuavo a farlo ancora, capendo una cosa tanto logica quanto illuminante per il mio nuovo modo di pensare: scrivevo per non dimenticare.

Avevo finalmente capito che dimenticare era la cosa che odiavo di più al mondo. Ma come, la vita ti da una lezione, per quanto dura, e tu che fai, la dimentichi? Non c’è bisogno di andare a ripetizioni, se si prendono buoni appunti.

E allora scrivo, o meglio, prendo appunti alle lezioni della vita.

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